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Il diritto di opporsi – Grande escluso dagli ultimi Oscar, il film di Cretton rivendica una giustizia equa per gli afroamericani e crea una grande empatia col pubblico fuggendo retorica e patetismi

Il diritto di opporsi – Trama

Dopo la laurea in legge Bryan Stevenson (Michael B. Jordan) decide di dedicarsi ai detenuti nel braccio della morte in Alabama che ci sono finiti senza poter contare su un processo equo. Nero fra i neri, si ritroverà a difendere Walter McMillian (Jamie Foxx), condannato alla pena capitale per l’omicidio di una ragazza bianca che non ha commesso. Perché a volte la “giustizia” pur di dare in pasto all’opinione pubblica un colpevole e darle l’impressione di essere al sicuro è capace di qualsiasi azione in malafede. È un po’ il concetto messo in evidenza dall’ultimo film di Clint Eastwood “Richard Jewell”, dove il capro espiatorio è però un bianco anche se con una sua “diversità”.

Recensione

Stevenson esiste davvero, ha fondato la Equal Justice Initiative e questo film diretto da Destin Daniel Cretton (“Il castello di vetro” con Brie Larson e Naomi Watts) è tratto dal suo libro “Just Mercy. A Story of Justice and Redemption”. Una crociata a favore della giustizia giusta e contro il razzismo ai danni degli afroamericani, tristemente più attuale di quanto sembri: l’assoluzione di Walter McMillian è datata appena 1993. Una storia densa, raccontata con lunghe inquadrature statiche, capace di farci provare sulla nostra pelle il dolore degli accanimenti e delle perquisizioni  senza nessuna ragione d’essere. Proprio come quella ai danni dell’avvocato Stevenson, costretto a spogliarsi del tutto per entrare nel braccio della morte e parlare con i suoi clienti. Proprio come all’inizio del film McMillian viene fermato dagli agenti in maniera incomprensibile quando è di ritorno dal lavoro nei boschi. A inchiodarlo la falsa testimonianza di Ralph Myers (un bravissimo Tim Blake Nelson), disposto a mentire pur di salvarsi a sua volta dalla sedia elettrica. Ad aiutare Stevenson nella sua ardua impresa c’è l’attivista Eva Ansley (Brie Larson).

La scena dell’esecuzione di un detenuto che Stevenson non riesce a salvare (un reduce turbato dal Vietnam interpretato da Rob Morgan) è costruita in maniera perfetta pur non mostrando nulla di macabro, lasciando nel momento cruciale al fuoricampo tutta la follia disumana di una pratica impossibile da accettare. Il punto di riferimento dichiarato di questo lungometraggio è senz’altro “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, tra l’altro scritto proprio in Alabama. E prima dei crediti finali Cretton tiene a ricordarci quanto sia impressionante la percentuale di condannati ingiustamente alla pena di morte: uno su nove. L’errore da non compiere più è quindi quello di giudicare spinti dal timore del diverso e dalla rabbia.

L’empatia che Stevenson vive con i condannati e che lo convince ad occuparsi di loro anche senza guadagnarci un dollaro è la stessa che “Il diritto di opporsi” è capace di creare con i suoi spettatori. Senza sentimentalismi patetici, né retorica strappalacrime. Da evidenziare il grande risalto dato alla solidale comunità afroamericana che si contrappone all’individualismo a stelle e strisce; comunità che in aula viene fatta entrare soltanto quando non c’è più posto a sedere, eppure annovera tanti testimoni che erano con McMillian il giorno del delitto. Tirando le somme siamo davanti ad un film in cui sono avvertibili gli echi de “Il miglio verde” di Frank Darabont, sentito e necessario, per il quale l’assenza di nomination agli Oscar desta quantomeno un po’ di stupore.

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