Le libere donne, fiction Rai, perchè vederla


Ho visto in anteprima su RaiPlay “Le libere donne”, miniserie in tre serate diretta da Michele Soavi,  liberamente ispirata al libro “Le libere donne di Magliano” dello psichiatra, scrittore e poeta Mario Tobino. L’autore lavorò realmente nel manicomio femminile di Maggiano, tra Lucca e Viareggio, negli anni in cui la Seconda Guerra Mondiale e l’occupazione nazista segnarono profondamente l’Italia.

Mario Tobino, il medico che scelse l’ascolto

La fiction riporta lo spettatore in un’epoca in cui la psichiatria ricorreva frequentemente a pratiche oggi considerate brutali — contenzione, elettroshock e lobotomia — utilizzate più come strumenti di controllo che di cura.

In quel contesto si distinse la figura del dottor Mario Tobino (interpretato nella fiction da Lino Guanciale), medico capace di un approccio profondamente umanistico. A differenza dei colleghi, egli restituì identità e dignità alle pazienti, ascoltando le loro storie personali e riconoscendo come molte di elle non fossero realmente affette da follia, ma piuttosto considerate ribelli, non conformi, “scomode”. Insomma, il manicomio, non raramente, veniva considerato dal radicato sistema maschilista, lo strumento più idoneo per reprimere ogni forma di autonomia femminile.

Accanto a Guanciale, Paolo Giovannucci nel ruolo del direttore dottor Roncoroni e Fabrizio Biggio nei panni del dottor Anselmi, offrendo una prova sorprendente per intensità e misura.

Le donne al centro del racconto

Cuore emotivo della serie sono sicuramente le protagoniste femminili. Grace Kicaj interpreta Margherita Lenzi, giovane donna internata contro la propria volontà da un marito violento e fortemente interessato alla sua eredità. Il suo arrivo segna profondamente Tobino, combattuto da un sentimento intenso e inatteso che prova per la donna – sentimento che mette in discussione e a rischio la sua posizione professionale.

Parallelamente riemerge nella vita del medico il grande amore per Paola Levi Olivetti, interpretata da Gaia Messerklinger, divenuta nel frattempo staffetta partigiana, figura che collega la dimensione privata alla più ampia tragedia storica della guerra.

Regia e interpretazioni

Tra i meriti principali della miniserie spicca la regia di Soavi, capace di fondere il crudo realismo della guerra con la delicata inquietudine del mondo interiore delle protagoniste. Convincente anche la scelta del cast: sorprende in particolare Fabrizio Biggio, noto al grande pubblico per ruoli più leggeri, qui alle prese con un’interpretazione intensa e credibile.

Lino Guanciale conferma la propria capacità di coniugare sensibilità e rigore morale. Tuttavia, complice la vicinanza storica delle ambientazioni e l’immaginario televisivo già consolidato, talvolta il suo volto ha richiamato, inevitabilmente, quello del commissario Ricciardi (con addosso il camice del Dott.Modo), suggestione personale che nulla toglie alla solidità della prova attoriale, né alla lucidità della scelta registica.

Oltre a Grace Kicaj e a Gaia Messerklinger, intense tutte le altre interpreti, a partire da Francesca Cavallin nel ruolo della capoinfermiera Zonin,  Pia Lancillotti nel ruolo di Gabi, “la principessa” e ancora Dodi Conti nel ruolo di Faina,  Paola Sambo nel ruolo di Madre Assunta e tutte le altre. Citarle tutte sarebbe impossibile, ma brave, davvero, tutte.

Una storia del passato che interroga il presente

“Le libere donne” non è soltanto una fiction ambientata nel 1943. È soprattutto una riflessione potente sulle cicatrici lasciate dalle regole repressive degli ospedali psichiatrici e sulla dignità umana spesso calpestata dietro quelle mura.

Il racconto risuona con forza anche nel presente. A quasi un secolo di distanza, il diritto all’autodeterminazione femminile resta, infatti, al centro del dibattito pubblico.  “Le libere donne” di Soavi guarda alla memoria, ma aiuta a comprendere meglio il presente — e forse a sperare in un futuro più equo e giusto.

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