Stabia, la fama del suo clima, delle sue acque, del suo latte


Stabiae: importante nodo commerciale per ben sette secoli prima dell’eruzione del 79 d.C. momento in cui scompare insieme a Pompei, Ercolano; città romana che si espande fino agli attuali comuni di Gragnano, Santa Maria la Carità, Sant’Antonio Abate, Casola e Lettere.

Mezzaluna di costa prediletta dai consoli romani che, qui, vengono a rinfrancare il corpo e spirito dati gli splendidi luoghi e le salutari e ineguagliabili terme. Qui il rifugio di Cicerone che si dedica agli “Otii”, i tramonti e la natura; qui gli amici di Plinio il Vecchio che, guardando ad Ovest, da Capo Miseno, a questi lidi giunge per ritrovar e salvar la sua gente!

“Dalle rovine della terribile eruzione del Vesuvio che stese un funebre lenzuolo di lapilli e di cenere sulla Campania tutta, molte città non risorsero più, di alcune, anzi, si perdette perfino il nome: Pompei, Ercolano, Oplonti. Se Stabia risorse, ben presto, dovette ciò alla fama del suo clima, delle sue acque, del suo latte”. (Galeno).

E’ il 7 giugno 1749, Re Carlo dà incarico ad Alcubierre di avviare indagini importanti sull’altura di Varano, dove si scaverà superficialmente per poi riprendere dopo qualche anno sotto la direzione di Carl Weber alla cui meticolosità si addebiteranno i successi futuri; precisi schizzi e planimetrie dell’intera zona infatti accompagnarono il procedere degli scavi che risultarono essere, in primis, semplici indagini a cielo aperto, ossia la più semplice modalità di recupero di oggetti che, in quell’immediato, avrebbero fatto parte di una unica collezione privata: la collezione borbonica. Il tutto poi, immediatamente, e non tanto ordinatamente ricomposto e ricoperto!

L’opera meticolosa di Weber, le planimetrie, le descrizioni degli oggetti furono, poi, pubblicate, nel 1881, da Michele Ruggiero, al tempo collaboratore di Fiorelli (direttore degli scavi di Pompei), come una sorta di vero e proprio manuale a cui attingere per un corretto modus operandi, di quella nuova disciplina che stava cercando di concretizzarsi in una modalità di pensiero e di azione.

E’ soltanto nel 1931 che le strutture riaffiorano a causa di lavori; gli scavi,dunque riavviati dal Preside Libero D’Orsi che fino al 1962 conduce le operazioni, soprattutto di tutela della zona di Varano, che in quegli anni avrebbe potuto diventar facile preda di una cementificazione inarrestabile.

E allora, Villa Arianna riemerge in tutto il suo splendore e, sospesa sulla collina, trionfa sul mare!

Grazie, dunque, ai disegni di Weber è stato possibile ricostruire questa meraviglia (che prende il nome dall’ affresco, ritrovato nel triclinio, di Arianna, abbandonata da Teseo); i settori scavati durante gli scavi borbonici (poi reinterrati), si sono perfettamente e (grazie a C.Weber), sapientemente integrati con quelli recenti, fornendo, dunque, un contributo essenziale.

Il nucleo più antico della villa segue le leggi che Vitruvio (architetto romano) ha delineato nel suo trattato “De Architettura” per quanto riguarda le ville suburbane; questa, successivamente viene ampliata e ingloba ambienti di altre strutture circostanti. Voluta in posizione panoramicissima, si collegava al litorale tramite ripide rampe, gradini e tornanti.

Poiché fuori dalla città, poiché appartenente a famiglie patrizie romane importanti e facoltose, sono proprio queste le abitazioni in cui artisti rinomati vengano ingaggiati per provare nuovi modi e modalità decorative-pittoriche; si pensi che i “frammenti talmente mirabili” distaccati in epoca borbonica hanno goduto di una tale fama da divenire vero e proprio “repertorio decorativo neoclassico” cui attingere.

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