“Qui ci sarà sempre una libreria”: intervista a Giancarlo Di Maio


Siamo qui oggi con Giancarlo Di Maio, proprietario, insieme al padre-fondatore, Raimondo Di Maio, della celebre libreria napoletana Dante&Descartes, della quale abbiamo parlato recentemente in un articolo precedente. Con lui si è ripercorso la storia della libreria, la sua scelta di vita e i cambiamenti del mercato e del lavoro visti dall’interno. Sperando di aver fatto cosa gradita al lettore, non ci resta che augurargli una piacevole lettura.

Lei, classe ’88, ha avuto a che fare sin da subito con il mondo dei libri, avendo affiancato Suo padre nell’attività. A 23 anni decise di aprire per conto proprio un’altra sede della libreria, che gestisce ormai da 15 anni. Come mai ha deciso di intraprendere questo mestiere?

Avendo avuto sin da piccolo a che fare con scaffali e libri, che per me erano una sorta di Luna park, non ho mai immaginato un lavoro diverso da questo e, nonostante la contrarietà dei miei genitori, mi misi in proprio senza difficoltà avendo ormai imparato la gran parte del mestiere. Dopo aver girato diverse sedi, mi sono stabilito a Piazza del Gesù nel presente negozio, che, dopo alcuni anni, ho anche acquistato. In questo spazio, secondo il mio modello, che è la City Lights Bookstore di Ferlinghetti, ci sarà sempre una libreria anche allorquando cesserà la mia attività: infatti o la passerò ai miei eredi, se ne avrò, con il vincolo di farne una libreria o la affitterò ad un libraio ad un prezzo simbolico.

La “gavetta” di Giancarlo Di Maio per la gentile concessione della famiglia Di Maio.

È un gesto nobilissimo il cercare di garantire l’esistenza di una libreria ed esso acquista ancora più valore se consideriamo la crisi che questo settore sta vivendo. A proposito di questo argomento, spesso, tra i fattori di decadenza, vengono annoverati problemi come l’avvento dell’online e il disinteresse dei giovani verso la cultura. Quanto c’è di vero e quanto è cambiato questo mestiere?

Riguardo ai giovani, non penso che il problema siano le nuove generazioni, anzi ciò che noto è esattamente l’opposto: i ragazzi, rispetto agli adulti, cercano maggiormente luoghi simili, dove entrare, esplorare e interagire. L’online, invece, è croce e delizia nella misura in cui ha assorbito parte del commercio librario, ma allo stesso tempo, senza di esso, non si può avere visibilità. Ed oggi il problema sta proprio nella visibilità, cioè nel quanto sei efficace nella comunicazione e nel quanto riesci a farti conoscere. È per questo che devi creare, anche nel mondo dei libri, dei nuovi format per attirare l’attenzione dei clienti: una mia creazione, ormai diventata classica, è, ad esempio, Controscaffale, dove posto nelle storie di Instagram una serie di libri che propongo ai clienti. Non dimentichiamo, inoltre, che buona parte della vendita avviene su eBay, che aprii nel 2016 e che ormai è diventato il catalogo della libreria, sostituendo quelli cartacei ed affiancando il database che si può trovare sul nostro sito. Il problema maggiore è piuttosto quello politico: abbiamo bisogno di una tutela, anche di tipo finanziario. Il caro affitto a seguito dell’esplosione del turismo, infatti, è centrale, essendo la voce in bilancio più onerosa. Io ho ovviato al problema acquistando questo negozio, ma ho comunque il mutuo: altri, invece, non possono permetterselo. Le grandi città, a livello internazionale, stanno affrontando questo problema, come Tokyo, dove è presente il quartiere Jimbōchō, storicamente legato al commercio librario, a tal punto da ospitare ancora oggi circa 140 librai attivi dalla fine dell’800. L’area ha avuto una rivalutazione ambientale, con l’installazione di panchine e luci, da parte di un’autorità conscia del valore storico. Altri esempi possono essere Parigi o Mantova, che ha creato addirittura un festival con le sue librerie. Ma qui a Napoli l’Assessore alla Cultura non è stato nemmeno nominato e l’incarico, per questa giunta, è confluito nelle mani del Sindaco. Da tempo, peraltro, protesto contro l’indisciplinatezza di Piazza del Gesù, dove eventi, sbucati fuori senza una programmazione, oscurano totalmente la libreria, impedendomi per alcuni giorni di lavorare. Per non parlare dei taxi che, piazzandosi proprio davanti al negozio, silenziano un paesaggio. Ecco allora l’utilità dei social: insieme ad una storia di protesta, confermo fieramente che la libreria è aperta nonostante i transennamenti.

Certamente uno dei modi per difendersi da questa crisi consiste nell’organizzare una comunità di librai interconnessa quale Lei, insieme ad altri, ha creato. Può raccontarci, quindi, come nasce la comunità LiRe e il progetto Libbra, che ricordiamo essere giunto alla V edizione con il ritorno previsto nelle giornate dell’8-9-10 maggio?

LiRe vuole essere un’unione di intenti di quattro librerie indipendenti legate da un’amicizia personale: stiamo parlando, oltre a noi, di Perditempo, della Libreria Librido e della Libreria Tamu. Insieme all’incirca 4 anni fa, sotto l’onta della delusione nei confronti dei grandi festival libreschi, decidemmo di dotarci di un evento proprio, autofinanziato ed autorganizzato. Nei nostri intenti vuole essere un progetto che superi l’individualismo, che ha contraddistinto e contraddistingue ancora alcune librerie, al fine di creare uno spazio di condivisione, in cui discutere e riflettere anche tematiche legate ai problemi che ci affliggono.

Devo dire, effettivamente, che mi ha sempre colpito il fatto che ogni volta che non avete un libro, senza esitazione consigliate una libreria nei dintorni che lo vende: questo significa andare, in una certa misura, contro il proprio guadagno a vantaggio di un benessere comunitario. Veniamo ora alla prossima domanda: nella sua carriera ha visto tante collezioni private, quali sono quelle che l’hanno colpita di più?

Avevamo appena aperto la sede a Piazza del Gesù e comprammo una parte della biblioteca del grande professore Alberto Varvaro. Di recente, invece, siamo venuti in possesso della straordinaria collezione di Ettore Pisano, un membro di un circolo di bibliofili napoletani. Mai visto niente di simile: i libri, molti dei quali intonsi, erano tenuti sotto vetro e venivano puliti ogni settimana. Il bello di questo lavoro è proprio questo: partire all’avventura ogni volta che veniamo chiamati. Anche se oggi il brivido è tolto un po’ dalle fotografie inviate tramite WhatsApp, rimane affascinante vedere cosa leggevano nonché il tema o il modo in cui avevano creato la propria collezione, che talvolta può essere del tutto settoriale. Proprio in queste settimane ci siamo imbattuti, ad esempio, in una biblioteca di architettura impressionante, della quale abbiamo già acquistato circa 4000 libri.

Essere un libraio significa anche possedere una fortissima passione per i libri, che, del resto, ha portato poi ad una consimile scelta di vita e di lavoro. Come si concilia questa fortissima passione con il doversi disfare dei libri stessi per potersi sostentare?

Devi crearti un equilibrio tra quello che puoi leggere e possedere e quello che puoi vendere. In alcuni casi ci rimugino per anni, altre volte la pulsione è tale che non ho alcun dubbio a portarmelo a casa. Trovai, ad esempio, un esemplare di La Pelle di Malaparte autografo ed, essendo il mio scrittore preferito, non ci pensai su due volte.

La ringrazio per l’intervista concessami e ringrazio il lettore per l’attenzione prestato fino a qui. Alla prossima! 

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