Vesuvio, inferno di fuoco: boschi e vigneti ridotti in cenere. «Troppo tardi» lamentano i residenti


Vesuvio in fiamme: Terra bruciata, tronchi anneriti, arbusti carbonizzati e un tappeto di cenere che copre ogni cosa. L’aria è densa e acre: il fumo graffia la gola e anche l’anima. Il rombo continuo dei canadair rompe il silenzio restituendo l’impressione di un teatro di guerra. Tra venerdì sera e sabato mattina, l’incendio ha raggiunto il suo apice distruttivo, divorando in poche ore ciò che la natura ha impiegato anni a far crescere. Danni ingenti alle coltivazioni di albicocche e ai vigneti del Lacryma Christi Dop, simbolo del territorio vesuviano.

Sul posto un dispiegamento di forze imponente: canadair, elicotteri regionali, oltre 150 uomin tra vigili del fuoco, volontari della Protezione civile e forze dell’ordine impegnati a terra.

Se l’azione congiunta ha permesso di evitare danni ancora più gravi, i malumori però non si placano. «Troppo tardi» – lamentano i residenti dei comuni vesuviani – «I primi focolai sono stati avvistati diversi giorni prima. Si sarebbe potuto evitare un incendio cosi importante, ma l’intervento massiccio è scattato solo a emergenza conclamata».

Vesuvio in fiamme - panoramica da Terzigno

Vesuvio in fiamme: Una ferita profonda, ma tra cenere e rabbia, c’è ancora chi resiste.

A Boscoreale, in Piazza Vargas, un comitato cittadino si è riunito spontaneamente. Si è discusso di responsabilità, di inquinamento, di veleni che minacciano la salute pubblica e della delusione verso istituzioni percepite come lontane. Gli operatori turistici denunciano  cancellazioni a raffica e prenotazioni saltate con conseguenti danni per un’economia già fragile.

Il Vesuvio brucia e con lui la sua gente. Bruciano i campi, bruciano i frutti della terra, bruciano le speranze di chi, nonostante tutto, continua ad amare e a difendere queste terre fertili. La biodiversità, tesoro millenario, agonizza sotto un cielo annerito. La natura si sgretola sotto i nostri occhi. È una ferita profonda che richiederà anni per rimarginarsi, ma qui, tra cenere e rabbia, c’è ancora chi resiste.

SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI

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