Come molte storie che trovano la loro origine nel mondo antico, quella di Venere e Marte tratta di una passione travolgente, deleteria e sicuramente ingiusta. Come anche in altri casi i protagonisti non sono misere creature umane incapaci di controllare i propri istinti, bensì creature divine.
Il mito in questione, che si sviluppa essenzialmente intorno al tradimento che Venere e Marte perpetrano ai danni del marito della dea, Vulcano dio della metallurgia.
Il dio, considerato poco attraente ed interessante, tuttavia scopre il tradimento e decide così di vendicarsi creando delle catene sottili nelle quali i due adulteri restano imprigionati per poi essere esposti allo sguardo indiscreto del resto dell’Olimpo.
Il mito, nella versione latina appena citata, è reso noto dalle Metamorfosi di Ovidio che ne ha garantito la circolazione e la diffusione nel mondo romano.
La versione di Ovidio e la ripresa del modello greco
Il poeta latino, tuttavia, non inventa una storia originale, ma opera un’attenta ripresa (sostituendo i nomi greci con i corrispettivi latini) del mito già ampiamente conosciuto nel mondo greco.
Si tratta infatti del mito raccontato da Omero nell’VIII canto dell’Odissea che ha per protagonisti proprio Afrodite, dea dell’amore, e Ares, dio della guerra.
Afrodite, legata in matrimonio ad Efesto (dio della metallurgia), a causa dell’inadeguatezza del fisico del marito (infatti il mito presenta Efesto zoppo), si lega in amore con Ares che al contrario era molto prestante fisicamente.
Come nella versione ovidiana Efesto, informato dal Sole che funge da testimone oculare dell’adulterio, crea delle catene d’oro invisibili da porre sul letto così da imprigionare i due adulteri proprio nel momento dell’amplesso per poi esporli allo scherno di tutti gli dèi (maschi). Affinché l’incontro si verificasse, finge di andare a Lemno così da concedere ai due la libertà di vedersi.
Il mito di Venere e Marte nelle arti figurative: l’interpretazione di Sandro Botticelli
Il mito in questione, nella sua versione latina, trova anche una trasposizione nell’ambito delle arti figurative attraverso il dipinto di Sandro Botticelli. L’opera, intitolata Venus and Mars e databile intorno al 1485 circa, è oggi esposta presso la National Gallery nella città di Londra.
Nella versione di Sandro Botticelli, secondo alcuni storici dell’arte finalizzata alla celebrazione di un matrimonio, figurano le due divinità protagoniste che però sono immerse in un’atmosfera diversa rispetto a quella del mito originale.
La versione originale, come già detto, prevede una sorta di “ansia” derivata dall’atto impuro che si sta commettendo. Nella versione dell’artista, al contrario l’atmosfera è distesa e pacata e la cosa, data la presenza di satiri, non sembra essere un segreto.
Venere è rappresentata distesa con indosso un abito bianco (probabilmente simbolo di verginità e purezza), Ares è invece rappresentato seminudo, coperto solo da un sottile telo bianco.
Nella scena Marte è colto nell’atto di dormire mentre uno dei satiri gli soffia nell’orecchio con una conchiglia, ma non riesce a svegliarlo. Sparsi nell’opera ci sono degli attributi che meglio definiscono le due divinità: la conchiglia fa riferimento alla nascita di Venere, mentre le armi con cui giocano i satiri si riferiscono ovviamente a Marte.
Il dipinto aveva inoltre una finalità pratica, precisamente come spalliera; si tratta di un pannello che si era soliti esporre nella camera dei novelli sposi o anche nell’anticamera, zona che anticipava lo spazio intimo dei due.
Dal mito greco alla moderna trasposizione musicale: una possibile ispirazione
Nella contemporaneità il celebre mito ha (forse) ispirato una canzone dell’artista Marco Mengoni che ha scritto un testo intitolato Venere e Marte. Elementi che farebbero pensare ad un collegamento con il mito originale sarebbero i riferimenti sia alla presenza di un testo di cui si parla nel brano, sia alla dimensione dell’inganno, il tutto sigillato dalla promessa della voce narrante di restare insieme all’altra persona.


