Cosa c’è tra il conoscere e l’ignorare? Rispondere a questo interrogativo risulta essere arduo e a tratti impossibile; tuttavia, ciò non ha impedito a migliaia di persone di porsi questa stessa domanda indagandone anche le possibili risposte.
Ad oggi il conoscere, sia come mezzo espressivo, sia come strategia di sopravvivenza sembra essere l’obiettivo principale di ciascun individuo. Scuole, formazioni professionali e accademiche, ambizioni e posti lavorativi ci inducono a conoscere e a voler conoscere sempre di più.
Conoscere o ignorare? Un limbo di dubbi e sofferenza
Parallelamente, tutto ciò non resta relegato al solo ambito culturale, per così dire, ma si estende anche (e principalmente) ai fenomeni e alle dinamiche che giorno dopo giorno caratterizzano il nostro contesto sociale condizionando la nostra vita.
Ciò che vale per ogni epoca e per ogni contesto è che ogni forma di conoscenza, nonché di consapevolezza, porta con sé un diverso grado di responsabilità. Quanto spesso ci si è chiesti in momenti difficili se sia meglio conoscere o ignorare è impossibile da definire, ma ciò che è certo è che la nostra società non è l’unica ad essersi posta questa domanda.
La conoscenza passa attraverso la follia: il caso di Aiace
La cultura tragica greca, esperienza culturale cardine per il mondo greco, ha infatti trasfigurato su di una delle figure eroiche più importanti l’essenza di questo concetto. Si tratta della celeberrima figura di Aiace, personaggio cardine della narrazione iliadica che, tra le altre cose, si distingue per la contesa delle armi del noto Achille. Dopo la sua morte, Odisseo e Aiace se ne contendono il possesso con il risultato che Aiace ne esce sconfitto.
La tematica viene poi ripresa nel contesto odissiaco in cui i due eroi si reincontrano nel mondo ultraterreno (Hom, Od.,XI), ma lo sdegno di Aiace per il giudizio delle armi è ancora più presente che mai al punto tale da essere l’unico personaggio a restare in silenzio.
L’Aiace sofocleo e il destino di un eroe
In seguito, l’episodio diviene addirittura oggetto di un’intera tragedia sofoclea che porta proprio il nome del suo protagonista, Aiace. L’opera si caratterizza per la presenza di un particolare nella trama: la prima parte presenta Aiace sulla scena e le azioni empie costretto a compiere in seguito ad una punizione inflittagli da Atena; la seconda parte mostra ciò che avviene in seguito alla morte autoinflitta dell’eroe.
Stando alla trama, Aiace, adirato per non aver ottenuto le armi, decide di fare strage dei capi greci così da riscattarsi dallo scacco subito e decide, per ovvie motivazioni, di scagliarsi più ferocemente su Odisseo.
Tuttavia, come è ben noto, il destino dell’eroe che vaga per mari è ben diverso dal morire per mano di Aiace così che la dea Atena interviene gettando l’eroe in preda alla follia.
Così soggiogato, Aiace una notte fa strage di un gruppo di bestiame credendo fossero i capi greci. È inutile sottolineare quanto questo gesto appaia infausto e funesto agli occhi di quanti osservando l’accaduto, ne comprendono il significato.
Non è però questo il caso di Aiace. Accecato dalla follia, l’eroe non riesce a vedere lucidamente ciò che ha causato, non rendendosi conto, conseguentemente, del disonore di cui si è indelebilmente macchiato e a cui ha condannato tutta la sua stirpe.
La consapevolezza, e con essa l’inevitabile sofferenza che lo conduce poi al suicidio, arriva soltanto in un secondo momento che determina la definitiva morte dell’eroe, una morte che investe prima il contesto sociale dello stesso e solo alla fine quello personale.
La tragedia, dunque, ben si adatta alla tematica sollevata in quanto Aiace, fin tanto che è rimasto ostaggio dell’incantesimo divino, non ha avvertito sofferenza alcuna per quanto aveva commesso. Soltanto in seguito, con la fine dell’incantesimo e dunque con il totale e violento manifestarsi della realtà, ha finalmente compreso quanto accaduto rendendo così non la follia, quanto la consapevolezza, l’unica vera punizione.


