Probabilmente quello amoroso è il sentimento umano maggiormente indagato e rappresentato nel panorama mitico e non solo. La sua rappresentazione va ad investire non soltanto la dimensione del sentimento in sé, ma anche quella delle sue diverse declinazioni.
È così infatti che ritroviamo miti che narrano amori non corrisposti (Calipso e Odisseo), amori osteggiati, o ancora, amori impossibili (Selene ed Endimione) o addirittura nascosti (Achille e Briseide), tenuti segreti da ingannevoli prove che sono chiamate a raccontare una falsa testimonianza.
Amori segreti, amori spezzati e amori violenti
Queste “catalogo” (per così dire) di alcune delle declinazioni in cui l’amore è stato rappresentato nello scenario mitico antico sarebbe a dir poco incompleto se non vi fosse inserita un’altra categoria ampiamente rappresentata: l’amore violento.
Si tratta di un sentimento, anzi di un istinto, avvertito in modo unilaterale da un elemento della coppia che per status si colloca ad un livello superiore rispetto all’altro che non ha altra scelta che soccombere.
Si richiamano in causa i casi della ninfa di Artemide, la giovane Callisto; si ricordino le donne con cui Zeus, artefice di duplici inganni ai danni sia di Era, sia delle sue vittime, ha posseduto donne mortali senza consenso alcuno.
Dei e dee greche: violenti capricci consegnati all’immortalità
Del resto, si sa ciò che caratterizza le divinità antiche (tanto quelle greche, quanto quelle romane) è l’essere distinti dagli uomini mortali per la sola eccettuazione del soccombere allo scorrere del tempo, ma non certo dall’essere immuni a capricciosi desideri.
Ed è così infatti che queste divinità ingaggiano tra loro lotte e contese le cui vittime restano comunque schiere di effimeri mortali. Questa la conditio sine qua non si può raccontare il mito di Apollo e Dafne.
Il racconto, inserito nelle Metamorfosi di Ovidio, narra della contesa a cui arrivarono proprio due divinità: Eros e Apollo. Quest’ultimo, deridendo l’arco di Eros, ne suscita la vendetta.
Il dio così scaglia due frecce, la prima di piombo per appesantire il cuore di chi ne fosse stato colpito così da renderlo restio all’amore, l’altra d’oro per far sì che chiunque ne fosse stato colpito ardesse di un desiderio irresistibile.
La prima freccia colpisce Dafne, la seconda Apollo facendolo struggere per ninfa che però, resa ostile all’amore dalla freccia di piombo, scappando lo respinge. Apollo la insegue disperato e con ogni sforzo tenta di fermarla e di convincerla a farsi amare.
Il racconto non può che sfociare in tragedia: Dafne, atterrita dallo spavento e dall’inseguimento, invoca l’aiuto del padre Peneo che la trasforma in un albero di alloro. La metamorfosi avviene proprio nell’istante in cui Apollo sta per afferrarla.
Trasformatasi, Dafne viene ricoperta dalle calde lacrime del dio che, abbracciandone la corteccia, promette che l’alloro nel tempo gli sarà caro. Il mito, inoltre, assumendo valore eziologico, rende conto del motivo per cui l’alloro sia sacro ad Apollo.
Apollo e Dafne: una storia sugellata dall’arte
Il mito in questione è stato più volte riproposto in vari campi artistici, in particolare in quello delle arti figurative sia sottoforma di dipinto, sia sottoforma di complesso scultoreo.
Il primo caso, quello del dipinto, risale agli anni 70/80 del Quattrocento ed è stato realizzato da Piero del Pollaiolo. L’opera, conservata attualmente alla National Gallery nella città di Londra, rappresenta l’esatto istante della metamorfosi: Dafne non è ancora del tutto un albero, ma lo sta diventando.
Apollo, al centro della scena, contrariamente a Dafne, non appare immobile, ma proteso in avanti, simbolo di tensione, struggimento, e azione. Il secondo caso, quello del gruppo scultoreo, è stato realizzato tra il 1622 ed il 1625 ad opera del celebre scultore Gian Lorenzo Bernini ed è attualmente conservata presso Galleria Borghese nella città di Roma.
L’opera, inevitabilmente più moderna rispetto alla precedente, rappresenta lo stesso momento, ma sottolineandone qualcosa che gli conferisce un ulteriore pathos. Dafne, a metà tra vegetale ed essere umano, si sta trasformando e ciò accade proprio nel momento in cui Apollo sta per afferrarla. Questo insieme di tensione, paura e ardore irrompe violentemente sul volto della ninfa che esplode in un’espressione di grande pathos.
Il risultato? Una storia raccontata attraverso l’inevitabile trasfigurazione di diverse forme d’arte che ancora ci raccontano qualcosa che non siamo disposti a comprendere: il rifiuto di un’imposizione che lede e costringe chi la subisce ad essere, anzi a divenire ciò che non è.


