Vere e proprie apocalissi fanno da scenario alle battaglie infinite ingaggiate dai due Giganti: Vesevo e Sebeto; il primo con il fuoco, l’altro con la forza delle acque. Uno scontro, un duello per amore di una donna: la bellissima figlia del Dio Nettuno.
Un duello, però, mai risolto che, stranamente, si è consumato nel tempo, con Vesevo sopito e Sebeto sprofondato nelle viscere di Napoli.
E’ questa la leggenda, tra le tante, in cui il protagonista è Sebeto, il grande fiume napoletano, in origine addirittura navigabile, ancora al tempo dei greci, per poi finire come un canaletto intorno al XIII secolo.
Napoli, città fluviale
Napoli, all’arrivo dei greci, è una città fluviale, ricca di acque e tra queste il corso più irruento è proprio il Sebeto che nasce alle falde del Monte Somma e, attraversando i territori delle attuali Casalnuovo, Casoria e Volla si divide in due rami, uno finito sotto la collina di Pizzofalcone (tra Piazza Borsa e Piazza Municipio) e l’altro che arriva a mare da oriente, nella zona del Ponte della Maddalena.
Inoltre per i Greci, si sa, ogni occasione è buona per costruire templi e, lo fanno anche in questo caso; inoltre al fiume danno il nome di “Sepeithos”: dall’incedere con impeto; e coniano, addirittura, intorno al V secolo avanti Cristo monete in suo onore.
Gli antichi viaggiatori raccontano nelle memorie dei viaggi che Neapolis (città nuova), fosse divisa da Partenope (insediamento originario) da un fiume la cui foce è ipotizzata dalle parti dell’attuale Piazza Municipio.
Lo stesso corso d’ acqua è, poi, citato nel racconto dell’assedio romano da parte di Publilio Filone che con le sue truppe assedia la città. Il fiume, purtroppo, non sopravvive al tempo che passa, nel 1300 Petrarca arriva a Napoli dopo averne letto nei versi di Virgilio, Tito Livio e Stazio ma, una volta in città trova un rigagnolo che sgorga tra le vie ed i palazzi del tempo.
Durante il Barocco (XV sec.), si sa, tutto è artificio e invenzione; Cosimo Fanzago fa di Napoli la tela su cui imprimere soggetti e colori nuovi; così ciò che era effimero, precario diventa permanente: gli alberi della cuccagna sono di ispirazione per le guglie; gli archi di trionfo, installati per le più importanti occasioni, diventano ispirazione assoluta alle tante fontane che faranno di Napoli una delle capitali più “zampillanti” e fiorite del tempo e di quello a venire.
Ma, con grande sorpresa, l’oblio non cancella il ricordo del Sebeto; durante il vicereame spagnolo, esattamente nel 1635, il Vicerè Monterey commissiona a Fanzago una fontana, proprio in onore del Sebeto, eseguita,poi, materialmente dal figlio.
L’antico fiume risale, così, dalle viscere, in sembianze di un uomo anziano appoggiato sul suo fianco destro li sotto l’arco; ai suoi lati due tritoni sorreggono le cosiddette buccine da cui sgorga l’acqua incessante!
Ad oggi, in alcuni punti del territorio il Sebeto riappare: a Casoria verso Via Lufrano; al Ponte della Maddalena e per una ventina di metri corre sotto un ponte dell’ autostrada; al suo cammino nascosto vengono imputati gli allagamenti nella stazione di Poggioreale, ed il deterioramento di diverse opere pubbliche.
Le crepe nel pavimento e gli allagamenti nei parcheggi sotterranei del Centro Direzionale (che sorge proprio dove il Sebeto nasceva) sono la dimostrazione che il fiume è ancora vivo.
Il Centro Direzionale di Napoli è stato definito dai geologi come una barca con falle che la riempiono d’acqua. E allora, dunque, quando cadono piogge insistenti il fiume riprende tutta la sua forza, come a volersi fare strada tra il cemento in cui è stato relegato; un grande pericolo, un severo monito della natura che è sempre pronta a riprendersi ciò che le è stato tolto.


