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In occasione delle passeggiate napoletane degli “scrittori in tour”, a cura dell’ associazione Luna di Seta, Felicia Paragliola e Agnese Palumbo hanno organizzato una visita guidata tra i luoghi di Gianni Scapece, l’ ispettore di polizia sul quale Pino Imperatore ha costruito la trama fitta intricata ai limiti dell’esoterico del romanzo pubblicato a maggio c.a.

“Aglio, olio e assassino” è un ottimo esempio di giallo all’italiana, scritto nel pieno rispetto della ricetta originale e condito sapientemente con una scrittura squisitamente ludica.

E, soprattutto, buona parte della trama ruota intorno al dipinto di Leonardo da Pistoia, conservato nella chiesa di Santa Maria del Parto, dal titolo “San Michele che scaccia il demonio”. Chi conosce lo scrittore e ha letto il romanzo, sa bene che, all’ interno della narrazione, c’è un percorso che unisce i profumi della città, i suoi sapori più antichi, la cordialità degli abitanti accanto alla propensione al Male, che è tanto moderna quanto arcaica. Ed è proprio questo percorso che va ad intersecarsi alle bellezze di una città che i napoletani stessi conoscono poco.

Il parco Vergiliano e la cripta neapolitana con i suoi misteri che sanno di tufo, tra Virgilio Leopardi e i riti priapici;

la chiesa della Madonna di Piedigrotta a pochi passi, in bilico tra  leggenda popolare, il mito di Persefone e il culto del dio Mitra. La fontana della Sirena di Jacopo Sanazzaro e l’ appartamento di Scapece che da lì osserva i fasti e i nefasti della città, mentre si reca in commissariato a piedi, mentre un assassino lascia alla sua porta precisi messaggi di sfida aromatizzati al peperoncino.

E last but not least, la trattoria Parthenope, gestita dai Vitiello, che nel romanzo diverrà una sorta di succursale del commissariato di Mergellina, situato a pochi passi, di fronte alla collina Monteleone; il locale scavato nel tufo è, però, solo un’altra tappa, intrisa di magia e cibo, sulla strada che porta al dipinto di Leonardo da Pistoia.

Pino Imperatore, con alle spalle la tavola dipinta a tempera realizzata nel 1452, ha saputo svelare -con consumate capacità oratorie- la storia reale che c’è dietro a quest’opera che funge da fattore scatenante per il disturbo psicotico dell’ assassino/a, incuriosendo i visitatori sulla vicenda di Monsignor Diomede Carafa e di Vittoria d’ Avalos, e sulla copia di tale opera che si trova, nel libro come nella realtà, nell’ avellinese.

Una storia complicata, di cui però Imperatore è riuscito a venire a capo, e di cui sentiremo parlare ancora, si spera a restauro terminato. Un altro caso per l’ispettore Scapece? I fans chiedono un minimo di serialità a questo personaggio che ha ancora molti lati -forse oscuri- da svelare, un conto aperto con l’amore e molti casi da risolvere.

Napoli museo a cielo aperto, eterno palcoscenico, ottimo set cinematografico sembrerebbe aver trovato in Gianni Scapece il suo Montalbano. Con buona pace dei lettori e dei numerosi fans.

Ph: Giusy Somma

 

 

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