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Asintoti e altre storie in grammi (Le Mezzelane Casa Editrice) – Ottavo libro di Davide Rocco Colacrai poeta nato e cresciuto a Zurigo che fa incetta di premi ovunque vada. Asintoti è una raccolta di frammenti in cui si specchia, o raccoglie, il mondo nelle sue plurime estensioni di vita: amore, amicizia, assenza, punti di vista, eventi che toccano e trasformano come quello dell’11 settembre.

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Asintoti e altre storie in grammi (Le Mezzelane Casa Editrice)

“Leggere questo ultimo lavoro di Colacrai ci conduce a diversi strati di responsabilità, quella nei confronti del rispetto, dell’identità e della verità che è, in ogni caso, anche sintesi delle tre. La stessa verità che è prerogativa del folle, perché scomoda e inaccettabile.“ – con queste parole Vincenzo Restivo che ha curato la prefazione del libro ci prende per mano e ci conduce nell’animo di Colacrai.
Da Asintoti e altre storie in grammi:

La rivoluzione di mia madre

Perché le donne sanno come ricordare
e ricordano con piacere tutte, o quasi, di quando erano bambine.

Lavorava in fabbrica, mia madre, fasciata in una virgola di pioggia,
la immaginavo come un’ape regina a snodarsi tra le viole,
era morbida e mai stanca, sapeva di buono,
come quando si è certi
che tutto, in un modo o nell’altro, sarà o potrà essere,
solenne nel suo spazio, e nel conservarlo,
con il cuore tra le mani
per provare, forse più a se stessa che a noi,
che niente era destino e tutto era, o sarebbe potuto essere, nostro,
anche il mondo.

Gli occhi di mia madre erano profondi ma mai troppo, due ostie di mare libere e certe
come la domenica lo erano la pasta e il sugo fatti in casa, e il vino del nonno,
e la promessa che noi figli saremmo rimasti di là
confinati nella nostra camera,
con le pareti bianche, sporcate da pochi colori, come nostro orizzonte
a segnare un equilibrio, precario quanto basta,
e dilatare quell’ora più in un’abitudine che in un gioco
mentre in un controluce senza polvere,
tra bomboniere e santi, strisciava l’ansia per una perfezione
che nessuno osava contraddire.

C’era sempre un dopodomani per i desideri,
che si trattasse di un gesto d’amore o di una parola non importava,
i giorni sopravvivevano alle rinunce,
una volta era la televisione a farle tacere, un’altra si facevano perdonare da nuove promesse,
il tempo era poco, troppo poco, per parlare,
ce n’era ancora meno per sognare o riconoscersi, per ricordare,
e non ce n’era affatto per un’orma.

E madre e figli eravamo estranei, ombre quanto basta, di una stessa favola che si lasciava
[accordare dalla malattia di attendere.

*** *** ***

Consiglio questa lettura perchè di poesia non ce n’è mai abbastanza. Siamo tutti sempre costantemente in affanno; la poesia interviene in nostro aiuto invitandoci a rallentare e a rimetterci in contatto con la nostra anima. La poesia, dunque, riesce a fare da anticorpo al dilagare della superficialità.

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