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Scene Di Vita Quotidiana , un libro di poesie autobiografico di Andrea Siniscalchi  Montereale.

Andrea Siniscalchi Montereale (30), professore di lettere originario del Cilento, si racconta nel suo libro “Scene Di Vita Quotidiana”.

Il libro è una raccolta di poesie dove Andrea racconta le sue esperienze di vita.

Non è di certo un comune libro di poesie, l’autore infatti, ha deciso di narrare i momenti che hanno caratterizzato di più la sua vita attraverso la poesia.

Ogni “Scena” ci catapulta nel mondo dell’autore facendoci cogliere ogni sfaccettatura e ogni sentimento che, Andrea, ha voluto descrivervi.

Scene di una vita che si rispecchiano nella vita di tutti, sentimenti e emozioni che ognuno di noi ha provato almeno una volta, rendono questo libro unico nel suo genere.

Non è da tutti riuscire a raccontare e raccontarsi in questo modo, ma il nostro autore c’è riuscito in pieno.

Abbiamo incontrato Andrea, un ragazzo eclettico, e gli abbiamo posto alcune domande.

Intervista ad Andrea Siniscalchi Montereale

Perché hai deciso di scrivere un libro?

Perché dopo 8 anni di riletture, selezioni e rigurgiciti antiartistici (reflusso di coscienza) le Scene continuavano a non disgustarmi. Quindi ho scritto un libro perché per me è un buon libro.

Poi sono un tipo che ha praticato mille sport e giochi, quindi l’idea di mettermi in gioco mi stimola sempre.

A cosa ti sei ispirato per scriverlo?

Già dal titolo si può intuire.

Sono scene di Vita quotidiana. Insomma è la vita che ha preso ispirazione da me per scriversi.

Io ho cercato solo di buttare su tela (carta?) qualche spennellata più sensata o  i più coloriti sragionamenti, mi pare ovvio.

Cosa vuoi comunicare al lettore con il tuo libro?

Premesso e messo da parte un attimo il motivo ungarettiano di scrivere poesie per far della propria vita una bella biografia.

Al lettore voglio comunicare più cose:

1) Ricordargli che il mondo può essere un gran bidone della munnezza (poi che tra i rifiuti puoi trovarci il peluche abbandonato di una storia d’amore finita in martirio che fa ricommuovere il cadavere dell’uccello azzurro di Bukowski o un diamante che non è per sempre è un altro discorso)

2) Ricordargli che dall’immondizia ci si può rialzare

3) Ricordargli che non si cade e ci si rialza dall’immondizia mai due volte con gli stessi occhi.

4) Ricordargli, cosa conseguente e più squisitamente moraleggiante, che a forza di sguazzare per cose “serie”  tra i rifiuti, si rischia di non vederli più i confini della pattumiera (vedere Shitmorfosi pag.198).

Intendo dire che troppo spesso sono “i senzibili e gli artristi” ad essere le più disilluse pedine dell’individualismo odierno.

Ciò è antieroico, e non mi piace. Doloranti sì, ma dolorosi no, per quello basta chiunque, non ti pare?

Quanto tempo hai impiegato per scriverlo?

Il tempo necessario alla vita di compiersi, 8 anni.

Non perché ci abbia messo tanto in termini di tempo, ma perché sono stato distratto da tantissimi accadimenti e quando non scrivi per mestiere  eviti di darti il pizzico/la sveglia, almeno non su una abrasione.

Questi anni mi sono serviti per pesare le Scene da un punto di vista oggettivo.

Intendo dire che quando ascolti una canzone tante volte, man mano inizi a provare reazioni diverse, talvolta contrastanti.

È accaduto anche con le Scene, ma non al punto di rinnegarle in toto.

Molte cose scritte a 21 anni le dipingerei col senno dell’oggi con tratteggi un po’ diversi, ma l’ispirazione e l’oggetto del ritratto non sono divenuti mai scontati. E per me già è tanto.

A chi lo consiglieresti?

A tutti i lettori in generale, ai curiosi non lettori e agli addetti ai lavori poetici.

Le Scene, fortunatamente, sono scritte in un linguaggio a metà tra la posia e la narrativa.

Ciò “costringe” il lettore a capire quel che deve capire: la cronaca della Scena.

Sul perché poetico,  beh, quello lo lasciamo a chi vede oltre le parole.

Lo reputo uno dei libri di poesia meno noiosi, sia perché il linguaggio lo fa scorrere (cacchio l’hanno letto conoscenti non lettori ed alcuni in 1-2 giorni.

E per un libro di oltre 270 pagine con 100 poesie è cosa bella), che per la veridicità di ciò che accade.

Il tuo libro preferito e perché?

Watchmen. Ricordo che al liceo non se ne parlava così tanto.

Ora ho letto che è stato annoverato tra i  primi 100 romanzi (inglesi?) del ‘900.

 Ben prima del film, mi sento quasi un precursore.

Il motivo è che è una di quelle cose che avresti voluto scrivere tu e tocca altezze talmente disparate ed organiche da darmi il senso della perfezione.

Intendo, una di quelle opere che ti esce una sola volta nella vita e, oltre il talento, deve andarti anche di culo.

Poi vabbeh parla di eroi ipoteticamente reali in uno scenario crudo e spietato che deambulano sul filo tagliente del paradosso.

Vabbeh, come dicevamo ai tempi di Fisciano per indicarne l’inesprimibile stupore: “Mamma mia Watchmen!!!”

Continuerai a scrivere in futuro?

Molto probabile, spero di non dedicarmi a forme più narrative e finte o al mondano opinionismo, perché rischio di spaccare troppo e farne un mestiere.

Le Scene sono un macigno, ci sta il grosso della mia esistenza emotiva lì dentro.

Sono già a metà di una seconda raccolta più esile, relativa agli ultimi anni. Scene 2.0, tipo.

I tuoi progetti futuri?

Cambiare il mondo. Scontata questa.

Foto di Pia Argirò
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