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L’America è donna.

America – Sono state le donne a votare Joe Biden, a tutti gli effetti il 46esimo presidente degli Stati Uniti, è una donna, Kamala Harris, la vice presidente scelta da Biden e sarà un team di donne, da Susan Rice a Elizabeth Warren, si pronostica, ad accompagnare Biden durante la sua presidenza nella Casa Bianca.

Il sentimento di rinascita, l’orgoglio di lottare per i propri diritti, la possibilità finalmente di ricominciare, la speranza in un futuro migliore, il categorico rifiuto a prostrarsi dinnanzi ad un presidente padre-padrone, il grande Sogno Americano: la fusione di tutti questi elementi ha acceso la miccia degli Stati Uniti che, come mai prima d’ora, con un totale di 74 milioni di voti, si sono ri-uniti per Joe Biden.

Lui, che dovrebbe essere protagonista assoluto in questo momento, non è mai da solo. Contro Trump, supportato da Obama, affiancato dalla vice Kamala Harris, accompagnato da sua moglie Jill Tracy Jacobs e ancora da una lunghissima lista di donne che faranno parte del suo team, così il 77enne Biden condivide la scena. Se da un lato i nomi dei due ex presidenti americani non sorprendono e sono utilizzati come sempre con grande facilità, perché la lista delle “donne di Biden” fa notizia? Dove inizia e come si declina la normalizzazione della figura femminile durante le più importanti elezioni  per il futuro internazionale?

È normale che non sia normale un team di donne che affianchi, supporti, governi e agisca con il nuovo presidente degli Stati Uniti? Per i media nazionali, probabilmente, lo è. Infatti si moltiplicano gli articoli che inneggiano Biden come un visionario progressista senza precedenti che, ammaliato dalla Harris e convinto dalle preferenze delle votanti, si attornia di dee salvifiche.

Donne al potere: è normale che non sia normale?

Kamala Harris, è femmina, di colore, metà africana (il padre è giamaicano), metà indiana (la madre è arrivata dall’India), ha il nome di una divinità indù, una passione coltivata nel tempo per la politica e l’energia per conquistare nuovi traguardi. È stata spesso la prima in tutto. La prima procuratrice distrettuale di San Francisco, la prima procuratrice generale della California, la prima senatrice di colore al Congresso di Washington e, adesso, la prima vice presidente degli Stati Uniti. Simbolo di intersezionalità, determinazione e indipendenza, la Harris conquista una delle posizioni più significative a livello globale.

Eppure, per i media, non basta. La sua formazione e la lunga lista dei suoi primati non riescono a trasformare la Harris che resta per tutti i quotidiani semplicemente Kamala. Semplicemente un nome. C’è chi decide persino di toglierle anche quel nome e di definirla soltanto “la mulatta” e chi si perde in minuziose descrizioni, non del programma politico della nuova vice presidente, ma del tailleur antracite, dei suoi capelli mai fuori posto o del suo “bel corredo genetico” che la fa apparire più giovane dei suoi 56 anni. Argomenti frivoli, privi di grandi pretese, sciocchezze che, in fin dei conti, vengono continuamente associate alle donne.
La Harris, che ha sempre avuto idee chiare, ha affrontato con energia lo stesso Biden sul tema del razzismo districandosi abilmente nel dibattito. Eppure, secondo i media, ad appianare le tensioni tra i due non è stata l’efficacia dell’intervento della Harris quanto l’amicizia di quest’ultima con Beau, figlio di Biden deceduto nel 2015.

Avrà, dunque, pure infranto il “soffitto di cristallo” secondo molti ma la strada per il riconoscimento identitario al pari di un uomo è ancora lunga, anche per la vice presidente degli Stati Uniti che nel suo discorso, con gli occhi pieni di fiducia, ha affermato: “A tutti i bambini del nostro Paese, indipendentemente dal vostro genere, l’America vi ha lanciato un messaggio chiaro, sognate con ambizione, guidate con convinzione e guardate voi stessi in un modo in cui gli altri potrebbero non vedervi, solo perché non hanno mai visto nulla di simile prima“. Quello sguardo svincolato da pregiudizi che, in fondo, manca ancora a molti.

Analogamente, si sta discutendo molto sul team che affiancherà Joe Biden quando inizierà il suo mandato, un team che fa notizia perché probabilmente composto prevalentemente da donne. Se qualcuno colora già la Casa Bianca di rosa, se qualcun altro definisce senatrici, ambasciatrici, consigliere, professioniste semplicemente come “le donne di Biden”, qual è il messaggio che, nell’indifferenza degli ignari, si sta veicolando? Cos’è più importante, i nomi di chi contribuirà alla guida degli Stati Uniti o il fatto che a guidarlo ci saranno sorprendentemente e contro ogni passata previsione delle donne?

Infine, la stampa non risparmia nessuno, nemmeno Jill Tracy Jacobs. Insegnante, scrittrice, filantropa, fondatrice di organizzazioni no-profit, prima donna ad aver svolto un lavoro retribuito mentre il marito ricopriva la carica di vicepresidente degli Stati Uniti e, tra le altre cose, moglie di Biden. Ai buon vecchi italiani padri di famiglia e pantofolai poco importa del carisma di Jill, infatti del suo ingresso alla Casa Bianca, l’attenzione è tutta focalizza su… l’orto, lo stesso che ha ospitato Michelle Obama e che non è mai stato utilizzato da Melania Trump.

È tempo, dunque, di trasferimenti. Washington si prepara ad ospitare la famiglia Biden, e se in Casa si respirerà l’aria di una nuova era, questa forse sarà coperta dal profumo di pomodorini, basilico e origano che utilizzerà Jill per cucinare le tradizionali ricette siciliane, simbolo delle sue origini italiane. La nuova First Lady incontrerà indubbiamente il sostegno di personalità di spicco degli Stati Uniti ma, se qualcosa dovesse andar storto, ci sarà sempre sua cugina Caterina Giacoppo che, semplice e umile, ha ingenuamente rivelato alla stampa di essere pronta ad ospitare Jill a Gesso (provincia di Messina) e, magari, ad insegnarle a cucinare qualcosa, così come ci si aspetta da una brava moglie, madre e donna.

Le parole sono importanti. Riuscire a chiamare le donne con il proprio nome e cognome, riuscire a definirle non in base a retaggi culturali arcaici ma con i titoli duramente guadagnati è imprescindibile per garantire la parità in qualsiasi momento storico e in qualsiasi stato o paese. In un’America che risorgerà dopo l’oscurantismo trumpiano, le donne possono fare la differenza. La stanno già facendo.

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