Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si scatena con impeto nella battaglia contro diversi attori, tornando a minacciare pesantemente anche l’Iran dopo un periodo di tregua. In realtà, Washington ha già colpito obiettivi iraniani, dopo le azioni di Teheran contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz.
L’Iran ha risposto attaccando alcune basi statunitensi nel Golfo, in particolare in Kuwait e Bahrein, dando l’immagine di un cessate il fuoco purtroppo già finito. Inoltre, proprio nella conferenza stampa dopo il summit della Nato ad Ankara, Donald Trump ha pronunciato le testuali parole: “Non sono sicuro di voler stringere un accordo con l’Iran”, definendo i leader iraniani dei “pazzi, fuori di testa”.
Trump ha ipotizzato anche “il ripristino del blocco dello Stretto di Hormuz solo contro l’Iran”, scatenando la reazione iraniana. Secondo fonti della sicurezza iraniana, citate da Press TV, Teheran chiuderà lo Stretto di Hormuz in caso di nuovi attacchi statunitensi.
Le tensioni con gli alleati della Nato
Ad Ankara, il presidente degli Stati Uniti non si è limitato a queste parole pesanti contro l’Iran e ha attaccato ancora gli alleati. In particolare, sull’Italia ha detto testualmente: “Con le sue basi ha fatto molto male”. La premier Meloni ha risposto ribadendo di mantenere una linea chiara sulla concessione delle basi agli Stati Uniti.
Gli alleati degli Stati Uniti nella Nato, inoltre, hanno espresso chiaramente il concetto che l’Iran non debba mai possedere un’arma nucleare, invitando il suo governo a rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Questo concetto è stato inserito nella dichiarazione conclusiva del summit della Nato, che si è svolto in Turchia.
Quindi, dopo aver attaccato il Papa e litigato con la premier Giorgia Meloni, l’inquilino della Casa Bianca ha criticato anche gli altri alleati storici per il mancato sostegno agli Stati Uniti nella guerra all’Iran. Inoltre, Donald Trump è tornato a rivendicare la Groenlandia e ha annunciato di ritirare le truppe americane dall’Europa, lanciando una minaccia ai governanti europei con le parole seguenti: “Farebbero meglio a stare attenti”.
Tra Sturm und Drang e Sturmtruppen
Insomma, Donald Trump sembra fare il verso allo storico movimento letterario tedesco Sturm und Drang, ma a volte le sue uscite sembrano più vicine a quelle espresse dal famoso fumetto italiano Sturmtruppen. Lo Sturm und Drang si può tradurre letteralmente in “tempesta e impeto” o “tempesta e assalto”, ma qualche storico preferisce l’espressione “tempesta e battaglia”, e forse quest’ultima può essere definita come la traduzione più adatta a rappresentare la determinazione di Trump, americano d’origine tedesca, a fare guerre.
Lo Sturm und Drang rappresentò un fondamentale movimento culturale e letterario tedesco, sviluppatosi tra il 1765 e il 1785. Il movimento letterario nacque in aperta ribellione contro la razionalità illuminista e le regole del neoclassicismo, esaltando l’irrazionalità, il sentimento, la libertà creatrice e una natura grandiosa e incontrollabile.
Insomma, nel movimento la poesia aveva un aspetto rilevante, oltre alla letteratura; poesia che invece è completamente assente nelle parole e nelle decisioni di Donald Trump, che sembra spesso avvicinarsi ad aspetti coloriti e ironici, ancorché inquietanti.
Così Trump può essere accostato, nelle sue esternazioni, ai concetti espressi da Sturmtruppen, un fumetto comico satirico italiano ideato e disegnato da Bonvi. La prima pubblicazione del fumetto va fatta risalire addirittura al 1968, sotto forma di strisce giornaliere, mentre successivamente, diversi lustri più avanti e precisamente tra il 1984 e il 1985, Sturmtruppen passò gradualmente al formato in tavole, che mantenne fino alla fine della produzione nel 1995, dovuta alla scomparsa dell’autore.
Il fumetto era ambientato al fronte della Seconda guerra mondiale e realizzava una vera e propria raffigurazione satirica del conflitto, osservando il punto di vista delle truppe d’assalto tedesche, spesso condito da situazioni surreali. Ecco quindi che ritorna lo Sturm und Drang, ma questa volta con personaggi, quasi tutti anonimi, che rappresentano soldati o graduati delle truppe di guerra della Germania, che però parlano un italiano storpiato da suffissi e suoni tipicamente tedeschi.
Il 4 luglio tra Trump e il Papa americano
Donald Trump non è riuscito nemmeno a fare pace con il Papa americano nel giorno in cui gli Stati Uniti d’America hanno celebrato il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione di Indipendenza. Infatti, il 4 luglio è stata molto evidente la differenza tra gli eventi istituzionali in patria di Trump e l’agenda del primo pontefice americano della storia, Leone XIV.
Gli Stati Uniti d’America si confrontano ancora, dopo due secoli e mezzo, con divisioni politiche che si palesano pure sulle modalità dei festeggiamenti, e gli istituti americani dei sondaggi registrano pure un preoccupante calo generale del sentimento patriottico.
Il Papa americano ha fatto una scelta completamente diversa il 4 luglio, scegliendo di andare a Lampedusa, che può essere considerata l’isola più importante in riferimento alla questione migratoria nel Mar Mediterraneo. Ma anche il contesto statunitense è caratterizzato da un’iniziativa specifica della Chiesa cattolica locale, non allineata al governo di Trump, perché i vescovi hanno deciso di consacrare il Paese al Sacro Cuore di Gesù: un atto che si ricollega storicamente alla presenza dei cattolici durante la fondazione della nazione, ma che non è stato deciso dalla Casa Bianca.
Trump, Balogun e l’ingerenza nel calcio
Trump ha cercato anche di trascinare in alto la nazionale degli Stati Uniti ai Mondiali in tutti i modi possibili, e lo ha fatto addirittura chiedendo apertamente alla FIFA di eliminare la squalifica del suo attaccante più prolifico, Folarin Balogun.
Il presidente americano, in questa sua operazione che calpesta le regole per favorire la nazionale, è stato disposto a dimenticare come Balogun in realtà possa essere considerato solamente un ospite nell’America dura e pura che l’amministrazione repubblicana sta cercando di disegnare. Infatti, i genitori dell’attaccante della nazionale sono nigeriani, peraltro di etnia Yoruba e con cittadinanza britannica.
Nel 2001, quando la madre di Folarin era incinta di sette mesi, partirono per un viaggio a New York e la compagnia aerea impedì loro di prendere il volo di ritorno per questioni di sicurezza legate alla gravidanza. Così, Folarin Balogun è nato a Brooklyn, il 3 luglio di 25 anni fa, solo per una casualità, peraltro legata a esigenze americane di sicurezza.
Va inoltre ricordato come Balogun sia diventato cittadino americano solamente in virtù del Quattordicesimo Emendamento, perché dopo un paio di mesi dalla nascita andò con i genitori a Londra, dove ha vissuto per tanti anni, formandosi calcisticamente nelle squadre giovanili dell’Arsenal. Quindi, Folarin Balogun avrebbe potuto giocare per la Nigeria o per l’Inghilterra, e infatti l’attaccante ha anche esordito nelle nazionali giovanili inglesi.
Il calciatore ha poi scelto il Soccer Team, la nazionale americana, perché ha dichiarato di sentirsi un cittadino del mondo, come peraltro molti altri suoi compagni di squadra, dal messicano di El Paso Ricardo Pepi al californiano Cristian Roldan, nato da genitori guatemaltechi e salvadoregni. In realtà, Balogun rappresenta proprio gran parte di quello contro cui il trumpismo sta combattendo, per esaltare i veri americani e limitare fortemente i fenomeni migratori.
Ma Trump ha notato i suoi gol in campo, che hanno portato la nazionale statunitense agli ottavi di finale del Mondiale, e per questo il presidente si è mosso in prima persona nei confronti del suo amico Infantino, massimo rappresentante della FIFA, per rimediare all’espulsione che lui stesso ha definito “una grave ingiustizia”, commessa dall’arbitro brasiliano nei confronti dell’attaccante.
La FIFA ha assecondato clamorosamente la richiesta di Trump e ha sospeso la squalifica di Balogun, creando un pericoloso precedente e pesanti reazioni da parte del Belgio e dell’UEFA. Ma sul campo la nazionale americana è stata travolta per 4-1 proprio dalla squadra nella cui capitale risiedono i massimi organismi politici dell’Unione europea.
Insomma, alla fine Trump ha preso quella che nel dialetto romanesco si definisce una “tranvata”. Il termine deriva da tranvai, il cosiddetto tram, e indica l’essere colpiti in pieno dal mezzo. Nel linguaggio colloquiale, ha assunto il significato figurato di batosta, sberla morale, grave danno o sconfitta pesante: quella che ha visto coinvolto il presidente americano ed è stata oggetto di derisione in tutta Europa per il fallimento della sua clamorosa ingerenza nel calcio, una realtà che evidentemente non conosce minimamente.


