Un disastro lungo un quarto di secolo


Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, aveva nove anni quando i terroristi di al Qaida schiantarono i due aerei contro le Twin Towers. L’undici settembre del 2001 il sindaco era Rudy Giuliani, all’epoca cinquantaseienne e adesso, da ultraottantenne, come il suo amico presidente Donald Trump, ha dichiarato che la presenza di Mamdani alle celebrazioni lo offende. Giuliani, in un’intervista sull’emittente Newsmax, addirittura ha paragonato Mamdani ai dirottatori, sostenendo che essi nutrivano ostilità nei confronti dell’America, ma non cercavano di nasconderla, come invece sta facendo l’attuale sindaco di New York.

Giuliani venticinque anni dopo

In occasione del venticinquesimo anniversario, Rudy Giuliani torna a parlare delle stragi delle Torri Gemelle, ma lo fa in toni diversi rispetto al 2001, quando fu elogiato per la gestione della tragedia, per aver invitato la popolazione americana a voltare pagina e risollevarsi dopo l’atroce episodio.

Una storica copertina di Time sul sindaco d’America descrisse la sua figura come quella capace di unire il Paese. Nel successivo quarto di secolo, Rudy Giuliani si è spostato sempre più a destra, diventando la figura più importante e riconosciuta dei complottisti della squadra di Trump.

Giuliani, sempre su Newsmax, è arrivato a definire il disastro delle Torri Gemelle come un complotto islamico per prendere il controllo di parti dell’America e dell’Europa.

Trump sceglie il Pentagono

Il presidente Trump ha deciso di non essere presente a New York e, piuttosto, di presenziare al Pentagono, inviando a Ground Zero il vicepresidente Vance. Trump non ha voluto partecipare alla cerimonia dove sorgeva il World Trade Center perché non è consentito, durante la commemorazione, fare un discorso.

Il discorso, invece, l’attuale presidente degli Stati Uniti lo ha voluto tenere all’analoga commemorazione del Pentagono, che comunque fu un altro degli obiettivi dei terroristi islamici che compirono gli attentati.

Il ritorno di Bush

È voluto essere presente, invece, a Manhattan George Walker Bush, che l’11 settembre del 2001 stava visitando, da presidente degli Stati Uniti, una scuola della Florida quando arrivò la notizia degli attentati.

George Walker Bush va ricordato come il presidente americano che, dopo l’attentato, volle rispondere con le guerre in Afghanistan e in Iraq. Dopo la fine del suo mandato presidenziale, al contrario di Clinton e Obama, ha voluto terminare l’attività politica per dedicarsi alla sua passione della pittura.

Bush ha creato ben sedici dipinti per offrire un suo tributo alle vittime e i suoi lavori artistici sono ancora esposti alla Presidential Library di Dallas.

Lo spartiacque della storia

Marco Mariano, storico del Nord America e docente dell’Università di Torino, ha parlato in un’intervista recente dell’eredità delle stragi delle Torri Gemelle, definendola come uno degli eventi di svolta nel nuovo secolo.

Per lo storico Mariano, l’11 settembre 2001 fu il giorno che cambiò il mondo, un vero e proprio spartiacque della storia contemporanea, perché quel momento periodizzante distinse, da quella data, un prima e un dopo.

Gli Stati Uniti furono il bersaglio diretto di quell’attacco perché rappresentavano il simbolo di un Occidente che allora pareva ancora essere un soggetto chiaramente riconoscibile e capace di svolgere un ruolo egemonico su scala globale.

Quel modello socio-economico neoliberale era il motore di una globalizzazione economica e culturale che, dopo il crollo del muro di Berlino, sembrava non avesse più ostacoli.

L’illusione di un mondo pacificato

Nel modo più tragico, quel giorno svelò quanto fosse illusorio pensare non solo ad un’America resa invulnerabile dalla sua preponderanza militare, ma anche a un mondo pacificato da una globalizzazione a guida occidentale che molti ritenevano capace di distribuire benefici a tutti.

Quell’attacco, però, è stato anche una dimostrazione di forza di Al-Qaeda per affermare la propria supremazia nel frammentato mondo dell’islamismo radicale e, più in generale, in Medio Oriente.

L’11 settembre e le sue conseguenze hanno accelerato processi di indebolimento della democrazia americana e dell’ordine internazionale imperniato sulla leadership degli Stati Uniti che, in realtà, erano già in atto negli anni precedenti.

Si ebbe però, con le immagini terribili delle stragi delle Torri, la percezione pubblica della fine di una fase storica, quella degli anni Novanta, segnata da un certo trionfalismo, basato però su un eccessivo ottimismo sulla prevalenza di un’interdipendenza virtuosa e pacifica tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.

L’interdipendenza, in realtà, aveva anche un lato oscuro, che avrebbe portato a conseguenze tragiche, un dato che si sarebbe dovuto intuire già dalla storia del Novecento.

La guerra al terrore

La risposta americana agli attentati in Afghanistan e Iraq, nella cosiddetta “guerra al terrore”, contribuì a determinare il mondo attuale, purtroppo ancora pieno di conflitti e tragedie.

La “guerra al terrore” fu voluta dall’amministrazione Bush, sia quella convenzionale in Afghanistan e Iraq, sia quella condotta con la tecnologia della sorveglianza e delle detenzioni illegali in molte altre parti del mondo, e ha messo in moto tendenze che sono attualmente evidenti e riconoscibili.

La tendenza più evidente è l’accentramento del potere decisionale nelle mani del presidente americano e il processo di emarginazione del Congresso, ma anche la scelta di soluzioni che aggirano e indeboliscono l’impalcatura multilaterale dell’internazionalismo liberale.

Inoltre, la militarizzazione attuale della scena internazionale evidenzia come la forza conti sempre di più e il diritto, invece, sempre di meno.

La crisi con l’Europa

Inoltre, dopo la guerra in Iraq, le relazioni euro-americane sprofondano in una forte crisi. Negli Stati Uniti, infatti, quella guerra ha scatenato una caccia al nemico interno, spesso definito in termini religiosi e razziali, che si è servita di strumenti di sorveglianza e modalità di detenzione lesive delle libertà civili.

Le guerre in Iraq e Afghanistan hanno legittimato nuovamente la definizione dell’America intesa come nazione bianca e cristiana, un dato che si riteneva ormai relegato ai margini della storia e dello spazio politico americano.

Una memoria ormai globale

Le immagini dell’11 settembre, dopo un quarto di secolo, sono entrate nella memoria collettiva globale e ormai è possibile parlare di una memoria collettiva omogenea, senza più differenziazioni culturali e generazionali.

Molti di quelli che erano ragazzi o adulti quel giorno di settembre di 25 anni fa probabilmente ricordano bene dov’erano e cosa stavano facendo quando hanno saputo degli attacchi e hanno visto per la prima volta le immagini televisive delle Torri Gemelle trafitte dai velivoli dei terroristi.

Quel ricordo, infatti, rimase scolpito nella loro memoria, ma per i giovani e i giovanissimi dei tempi attuali quelle immagini finiscono solo dentro un grande database, fatto di documenti storici remoti e di materiali visivi assai diversi.

Per le studentesse e gli studenti del professore Marco Mariano, le stragi delle Torri Gemelle rappresentano solamente storia perché, anagraficamente, non può essere più memoria.

La forza delle immagini

La spettacolare modalità di quegli attacchi non fu casuale, come pure la dimensione simbolica dei bersagli scelti dagli attentatori, da Wall Street al Pentagono. Al-Qaeda sapeva nel 2001 che avrebbe potuto contare in futuro sulla potenza di quelle immagini.

A venticinque anni di distanza tutto adesso sembra avere una luce diversa rispetto a quel decennale, nel quale alla Casa Bianca Barack Obama cercava, pur tra difficoltà e qualche passo falso, di neutralizzare i veleni messi in circolo dall’11 settembre e da ciò che ne era seguito, a vari livelli.

Il tentativo di Obama

Il presidente Obama tentò di riprendere un dialogo con il mondo arabo e islamico, mettendo in discussione persino le alleanze tradizionali in Medio Oriente, in particolare con Arabia Saudita e Israele.

Obama, che al contrario di Trump il primo Nobel per la Pace l’ha vinto, volle riprendere il messaggio di conciliazione con i popoli arabi per superare le divisioni ideologiche e razziali interne in nome di una fiducia incrollabile nelle virtù inclusive della democrazia americana.

Sembrava, insomma, che con il presidente Obama fosse possibile una sorta di ritorno alla normalità, in America e nel mondo. Ma la crisi profonda del vecchio ordine mondiale era già in atto e sarebbe continuata anche quando la minaccia dell’islamismo radicale sarebbe stata ridimensionata in Occidente.

Le crisi del presente

Poi sono arrivate la crisi pandemica da COVID-19, la guerra tra Russia e Ucraina, il pesante conflitto tra israeliani e palestinesi, le crisi interne devastanti in Nigeria e Sudan e la nuova presidenza di Donald Trump, che ha acuito i conflitti persino in altre zone del mondo, dalla Groenlandia al Messico, passando per Venezuela, Cuba e Colombia, scatenando soprattutto una pericolosa guerra con l’Iran con il duplice scopo di favorire l’alleato israeliano e di ottenere il controllo del traffico petrolifero attraverso lo stretto di Hormuz.

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