Dopo l’esito negativo, per il centrodestra, del referendum costituzionale sulla giustizia, la questione più importante in questo momento per le forze politiche di maggioranza è la riforma della legge elettorale.
L’obiettivo della premier Giorgia Meloni è quello di accantonare la forma di governo parlamentare attraverso un sistema elettorale che possa introdurre un premio di maggioranza, per spostare gli equilibri e impedire modifiche del quadro maggioritario durante la legislatura parlamentare.
La proposta del Melonellum prevede l’indicazione del Premier da parte degli elettori, un artificio creato allo scopo di ridurre al silenzio il Presidente della Repubblica, che verrebbe in pratica espropriato della prerogativa di scegliere il presidente del Consiglio incaricato di formare il governo.
Questo aspetto mette in discussione la democraticità della legge, che potrebbe essere dichiarata incostituzionale dalla Suprema Corte, perché viola in particolare il principio di separazione ed equilibrio tra i poteri.
Il ruolo degli elettori
La legge elettorale è uno strumento che deve essere utile in primo luogo ai cittadini elettori, perché dovrebbe rappresentare una misura giusta per permettere al cittadino di esprimere il proprio voto, eleggendo i propri rappresentanti in Parlamento in base al programma delle diverse forze politiche che si sottopongono al consenso.
Il cittadino elettore dovrebbe essere messo nella condizione più chiara possibile per eleggere i propri rappresentanti, che dovrebbero essere chiamati in Parlamento ad attuare esclusivamente la proposta politica e la volontà popolare.
Purtroppo, come e persino peggio delle leggi elettorali precedenti, questa proposta consente solamente ai partiti attuali di rafforzare il proprio potere, con la possibilità di consolidare una maggioranza per continuare a esercitare il potere.
Ma una legge elettorale non dovrebbe servire ai politici e alla maggioranza a garantire o addirittura rafforzare lo status quo, perché non è questa la sua natura fondamentale.
Il disegno Bignami
Il disegno di legge, firmato dai rappresentanti dei quattro partiti della maggioranza del governo di Giorgia Meloni, è stato presentato al Parlamento un mese prima del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo scorsi e, dopo l’esito referendario, volutamente è stato subito incardinato nella Commissione Affari costituzionali della Camera.
Successivamente, il testo è stato riscritto per i tanti rilievi di legittimità sollevati dalle forze politiche di opposizione e anche da diversi costituzionalisti. Così il disegno di legge è passato dalla denominazione Bignami a quella di Bignami bis ed è stato calendarizzato alla Camera in discussione a partire dal 26 giugno.
L’intento dei proponenti è quello di modificare la legge elettorale vigente per cercare di rendere più probabile la vittoria di uno schieramento rispetto a un altro alle prossime elezioni e, nello stesso tempo, consolidare pure un’ipotesi di Premierato anticipato, con l’indicazione del Premier effettuata direttamente dai cittadini, barrando un nome sulla scheda elettorale.
Ed è per questo che i fautori della proposta di legge elettorale, negli ambienti parlamentari, vorrebbero brindare con il meloncello più che con il limoncello, magari, perché hanno deciso di chiamare Melonellum il disegno di legge Bignami, divenuto poi Bignami bis.
Premio di governabilità
La proposta prevede l’abolizione dei collegi uninominali, che erano i tre ottavi delle due Camere, ma soprattutto l’attribuzione di un “premio di governabilità” di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato alla prima coalizione, che però ottenga almeno il 42% dei voti.
Se nessuna coalizione dovesse raggiungere la soglia del 42%, il premio non potrà essere assegnato, nemmeno attraverso un ballottaggio, e i seggi si ripartirebbero esclusivamente in modo proporzionale tra le forze politiche che avessero superato la soglia di sbarramento del 3%.
Il premio di maggioranza consiste nell’attribuzione di un certo numero di seggi alla coalizione più votata e ormai si può affermare come il premio costituisca un istituto tipicamente italiano, perché si cominciò a introdurlo un secolo fa, nel 1923, con la legge Acerbo. Poi ci fu la famigerata legge truffa del 1953, il Porcellum nel 2005 e l’Italicum nel 2015.
In Europa il fenomeno del premio di maggioranza non esiste, con l’unica eccezione della Grecia, dove da un minimo di 20 fino a un massimo di 50 seggi sui 300 del Parlamento ellenico sono assegnati al partito più votato alle elezioni.
Il precedente Porcellum
In Italia, l’esperienza del Porcellum, applicato per ben tre elezioni consecutive nel 2006, 2008 e 2013, dimostra come il premio costringa i partiti a coalizzarsi ma, anche quando attribuisce la maggioranza più che assoluta dei seggi a una coalizione, non garantisce comunque l’omogeneità e la durata del Governo.
Lo dimostrano chiaramente i fatti avvenuti con il quarto esecutivo Berlusconi, nato nel 2008 e dimissionario nel 2011, con la successiva creazione del governo tecnico di Mario Monti.
Inoltre, la natura bloccata delle liste impedisce la scelta dei propri rappresentanti da parte degli elettori, e già nel 2014 la Corte costituzionale ha bocciato questo sistema perché non lo ha ritenuto conforme alla “logica della rappresentanza” propria della Costituzione italiana.
Tuttavia, la Suprema Corte ha ammesso il ricorso a liste bloccate, ma solamente con la presenza di una significativa quota di collegi uninominali e di circoscrizioni elettorali con un numero di candidati ridotto, in modo da garantirne la conoscibilità ai cittadini elettori.
Liste e candidati
Queste condizioni mancano completamente nel disegno di legge Melonellum, attualmente ancora in discussione in Parlamento, perché i collegi uninominali sono stati completamente cancellati per creare invece circoscrizioni nazionali.
Queste circoscrizioni comprenderebbero una quota di seggi per il premio di governabilità con listoni, che andrebbero ad assegnare mediamente tredici o quattordici seggi, impedendo il principio sancito dalla Corte costituzionale della conoscibilità dei candidati.
A questo proposito è stata prospettata l’ipotesi di rendere bloccati solo i capilista e consentire la scelta degli altri candidati da parte degli elettori, ma solo per le liste maggiori, mentre per quelle medie o piccole la totalità, o quasi, degli eletti sarebbe imposta dall’alto.
Questo blocco delle liste viola anche questa volta, e forse in modo maggiore, il principio costituzionale della rappresentanza e la libertà del voto.
Senza considerare come la partecipazione al voto stia calando molto in Italia, passando dal 75,2% nel 2013 al 72,8% nel 2018 e addirittura a un basso 63,91% nel 2022.
Soglie e preferenze
Nel Melonellum resta la soglia di sbarramento al 3% per i partiti ma, su pressione di Noi Moderati del leader centrista Maurizio Lupi, potrebbe essere ammessa anche la lista di coalizione con più voti tra quelle sotto la soglia.
Resterebbe il doppio listino bloccato, di partito per la competizione proporzionale e di coalizione per il premio di maggioranza. In questo modo gli elettori voterebbero esclusivamente liste precompilate, non potendo esprimere alcuna preferenza ancora una volta.
All’introduzione delle preferenze in questa proposta è contraria soprattutto la Lega, che ha minacciato di far saltare l’accordo, ma anche Forza Italia.
Sulla carta resta favorevole invece Fratelli d’Italia, così come Noi Moderati e il nuovo partito del generale Roberto Vannacci, Futuro Nazionale. Ci potrebbe essere la presentazione di un emendamento direttamente in Aula, dove, in applicazione dell’articolo 49 del Regolamento della Camera, potrebbe essere chiesto anche il voto segreto, con la possibilità di recuperare consenso da parte delle forze di opposizione.
La sensazione, però, è che nessun partito di centrodestra intenda sacrificare tutto l’accordo per ottenere le preferenze, che peraltro non ci sono neanche nella legge attualmente in vigore, il cosiddetto Rosatellum, introdotto dal governo Gentiloni, e che erano state già abolite dal precedente Porcellum di Calderoli durante l’ultimo governo Berlusconi.
Insomma, da ben quattro lustri i cittadini elettori italiani sono stati esautorati del diritto di scegliere con il voto i propri rappresentanti in Parlamento, per favorire le ristrette corporazioni oligarchiche delle formazioni politiche di destra e di sinistra.
Il nodo Premierato
Un altro tema del disegno di legge Melonellum è costituito dalla proposta che incide direttamente sulla natura della forma di governo parlamentare sancita nella Costituzione, perché le forze di maggioranza che sostengono l’attuale governo stanno tentando di anticipare in qualche modo l’esito del Premierato, che avrebbe bisogno di una riforma costituzionale.
Infatti, la proposta non si limita a stabilire, come faceva il Porcellum, che al momento della presentazione del programma elettorale sia indicato nella scheda il capo della forza politica o l’“unico capo” della coalizione, ma prevede che venga chiaramente ed esplicitamente dichiarato “il nome e cognome della persona da loro indicata come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri”.
Per evitare di essere dichiarata incostituzionale, nel disegno di legge viene testualmente ripresa la seguente precisazione: “restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica ai sensi dell’articolo 92, secondo comma, della Costituzione”.
Ma questa precisazione sembra avere significato solo per la dichiarazione meramente politica di un “capo” generico della coalizione. Non lo può avere per un’indicazione di tipo istituzionale che introduca addirittura nel procedimento di formazione del Governo la proposta dei candidati alla Presidenza del Consiglio.
Questa indicazione di un candidato premier sulla scheda limita il potere di nomina del Presidente della Repubblica, anche perché è ulteriormente rafforzata dal possibile premio di governabilità alla coalizione vincente.
Insomma, si potrebbe prefigurare l’introduzione nella legge elettorale di una vera e propria elezione del capo del Governo.
Governabilità e garanzie
Al fine dichiarato della governabilità se ne aggiunge un altro non dichiarato, ma forse più determinante: quello di evitare un rovesciamento dell’attuale maggioranza che, attraverso la permanenza degli attuali collegi uninominali, potrebbe avverarsi.
Tutte le diverse leggi elettorali nell’ultimo ventennio non sono mai riuscite a trovare un giusto punto di equilibrio tra il fine della rappresentanza e quello della governabilità. Per questo hanno avuto vita breve, sotto la pressione di fattori contingenti diretti non tanto a favorire l’interesse generale, ma la vittoria o la sconfitta di una parte sull’altra.
Per quanto concerne il premio di maggioranza, c’è il rischio che, con l’aiuto dei voti esteri e dei collegi uninominali residui a essi collegati, potrebbe essere raggiunta quella soglia dei tre quinti dei voti che consentirebbe alla sola maggioranza di eleggere il presidente della Repubblica, perché dopo la terza votazione basta la maggioranza assoluta dei grandi elettori in Parlamento.
Inoltre, potrebbe esserci per la maggioranza anche la soglia necessaria all’elezione degli altri organi di garanzia, come i giudici costituzionali di estrazione parlamentare e i membri laici del Consiglio superiore della magistratura.
In questi casi si inciderebbe in modo irragionevole sul giusto rapporto tra Paese reale e Paese legale, che è stato espresso come limite insuperabile dalla giurisprudenza costituzionale.
Le critiche politiche
Il ballottaggio, voluto dall’Italicum di Renzi, è stato eliminato perché ritenuto uno strumento che potrebbe condurre anche a esiti opposti nelle due Camere e rendere quindi impossibile la definizione di una maggioranza omogenea.
Per quanto riguarda le liste bloccate, la critica della Corte costituzionale è stata espressa attraverso la sentenza n. 1 del 2014, che le ha ritenute ostative al potere di scelta consapevole e diretta degli eletti da parte degli elettori.
Oltre ai profili di legittimità costituzionale, i critici della riforma elettorale aggiungono inoltre osservazioni e rilievi di funzionalità politica.
In effetti, il sistema proposto tenderebbe solo a conservare l’esistente e non a migliorare, come si dovrebbe, l’assetto attuale del nostro sistema politico, che negli ultimi anni è stato colpito da due gravi patologie: l’astensionismo, che sta riducendo la democrazia, e la frammentazione, che sta trasformando invece i partiti in corporazioni settoriali a guida personale.
L’esigenza di correggere l’astensionismo dovrebbe, al contrario, comportare l’adozione di sistemi diretti a valorizzare, o con le preferenze o con i collegi uninominali, la scelta personale diretta degli eletti da parte degli elettori.
Per cercare di contrastare il fenomeno della frammentazione, in atto nei partiti attuali, bisognerebbe alzare, piuttosto che abbassare, le soglie di sbarramento.
Insomma, il sistema che viene proposto dalla maggioranza, invece di risolvere, mette in campo altri problemi che, da un lato, investono la sfera della legittimità costituzionale e, dall’altro, il sistema politico italiano.
Ancora una volta, lo strumento legislativo viene attivato per garantire alla politica le prerogative della propria autoconservazione, non quindi per servire il bene comune e la tenuta della stessa democrazia.


