C’è una frase, spesso attribuita a Banksy o a Cesar A. Cruz, che è il chiaro manifesto del potere dell’arte in tutte le sue infinite declinazioni: “Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable” (L’arte dovrebbe confortare il disturbato e disturbare il confortato).
Il teatro, con la sua immediatezza viscerale, non fa eccezione. Ne è stata prova potente la messa in scena presso il Teatro CAT di “Aspettando Godot” di Samuel Beckett – o meglio di “An AttAndAnt GodAt”, reinterpretazione al femminile proposta dall’Associazione Culturale L’Alegria diretta da Giulia Conte.
Una sfida radicale, perché proprio Beckett, poco prima di morire, affermò: “Godot con attori donne? Mai!”. E invece, Giulia Conte, Giusy Di Somma, Cira Conte e Teresa Boccacini hanno osato. E hanno vinto! Hanno restituito al testo quella tensione universale che va oltre il genere, svelando nuove sfumature di dolore, attesa, solitudine e resilienza. Il loro GodAt è stato un esplicito invito alla riflessione, uno specchio crudo per chi ha il coraggio di guardarsi davvero.
Per alcuni spettatori è stato un pugno nello stomaco; per altri, una carezza all’anima. Non è stato uno spettacolo per tutti, perché non tutti sono pronti a rinunciare all’illusione di una vita ordinata, senza fratture, ma per chi è disposto ad ascoltare, GodAt è stato una chiamata, una sveglia, un fremito.
L’arte teatrale di Giulia Conte si muove tra due polarità essenziali: disturbare e sanare. Disturba chi si sente al sicuro nella propria zona di comfort, chi crede di avere tutte le risposte. Sana chi si sente perso, chi cerca un appiglio, chi ha bisogno di vedere le proprie ferite riflesse su un palco per capire che non è solo.
Il contributo di Lello Muollo, nei panni del messaggero di GodAt, ha aggiunto una nota musicale e poetica che ha ulteriormente amplificato il senso dell’attesa e della sospensione.

GodAt è, in fondo, una metafora lucida e struggente della nostra condizione umana: attendiamo un “qualcosa” che dia senso, un evento risolutivo che però non arriva mai. E intanto, riempiamo quel vuoto con rituali, con dialoghi, con la speranza.
Al termine dello spettacolo, uscendo dal teatro, resta una certezza: Il teatro, quello vero, non consola. Interroga. E quando serve, sveglia.



