Un dolce che affonda le radici nella storia antica di Castellammare di Stabia, un simbolo gastronomico nato in un convento e divenuto, due secoli fa, sinonimo della città. La barchiglia, scrigno raffinato di sapori mediterranei, torna finalmente alla ribalta grazie a un evento dedicato che si terrà il 4 marzo alle 17.30 presso il ristorante Francesco e Co..
La presentazione: un viaggio tra gusto, storia e identità
A fare gli onori di casa sarà la chef e scrittrice Rosanna Fienga, che insieme allo storico Giuseppe Plaitanoaccompagnerà il pubblico in un percorso di riscoperta della barchiglia, un dolce che profuma di Mediterraneo e che persino Ferdinando di Borbone citava nelle sue lettere alla seconda moglie.
Entusiasti sia la chef Fienga, impegnata da anni nel recupero delle tradizioni gastronomiche stabiesi, sia il presidente dell’Archivio Plaitano, che ha raccolto documenti e testimonianze d’epoca sul dolce conventuale.
La barchiglia, “partitura di sapori”
«Questo dolce non è una semplice ricetta – spiega Plaitano – ma una partitura di sapori, dove ogni ingrediente è una nota che risuona da secoli. È un’opera d’arte effimera che muore nel palato per rinascere nella memoria».
La barchiglia diventa così una chiave per leggere la storia gastronomica del territorio, un ponte tra passato e presente.
Il racconto attraverso la cucina
“Un dolce che vuole rinascere dall’oblio del tempo – aggiunge Fienga – per raccontare un territorio aspro, antico, capace di declinare cultura e tradizione. La barchiglia rappresenta i sapori del Sud in un unico dolce che riemerge per rivoluzionare la nostra storia”.
La sua preparazione, fedele alle antiche tecniche conventuali, è un atto di recupero culturale prima ancora che culinario.
Un evento che coinvolge la città
Alla presentazione parteciperanno autorità civili e religiose, associazioni e scuole del territorio, a testimonianza del forte valore identitario di questo dolce, che torna a brillare dopo decenni di silenzio.
Un’occasione per riscoprire un tesoro della tradizione stabiese e restituirlo alla comunità come simbolo della sua memoria gastronomica.


