C’è un prima e un dopo, nella narrazione cinematografica di Napoli, e quel confine è tracciato dalla penna e dalla regia di Luciano De Crescenzo. Con Così parlò Bellavista (1984), il “filosofo ingegnere” è riuscito in un’impresa titanica: spiegare l’anima di una città complessa attraverso le lenti della sociologia, senza mai perdere il sorriso.
Il Cenacolo e la teoria delle categorie
Al centro della vicenda c’è Gennaro Bellavista, professore di filosofia in pensione che, dal suo salotto, educa un cenacolo di improbabili ma saggi discepoli (Salvatore, Saverio e Luigino). La sua teoria cardine si ispira al trattato tedesco Gemeinschaft e Gesellschaft, ma viene riletta con ironia tutta napoletana:
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Gli Uomini d’Amore: Identificati con i napoletani, vivono di relazioni, calore e, talvolta, di una creativa confusione.
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Gli Uomini di Libertà: Identificati con i milanesi (come il mitico dottor Cazzaniga), puntano sull’efficienza, la puntualità e l’indipendenza.
Il Dottor Cazzaniga: Il nemico che diventa fratello
Il motore della storia è l’arrivo nel palazzo del Dottor Cazzaniga, nuovo direttore del personale dell’Alfasud. Inizialmente visto come l’alieno freddo e inquadrato, Cazzaniga diventa il simbolo del superamento del pregiudizio. La scena madre del blocco in ascensore è una delle più alte vette del cinema di De Crescenzo: è lì che Bellavista scopre che dietro la scorza del milanese batte il cuore di un “uomo d’amore”.
Tra ironia e denuncia: La Camorra e il “Pizzo”
Il film non è solo risate. La sottotrama di Giorgio e Patrizia (la figlia del professore) affronta il dramma della disoccupazione giovanile e la piaga della criminalità organizzata. Il negozio di articoli religiosi, stretto nella morsa di due clan per il pizzo, costringe i giovani alla resa. Sarà proprio la solidarietà di Cazzaniga a offrire una via d’uscita, portando la coppia al Nord.


