Napoli, città di sole, pizza e… tre ladri americani con un piano audace! Jack, la mente, Maggie, la bella complice, e Frank, il golosone, sbarcano nella capitale partenopea con un unico obiettivo: mettere le mani sul leggendario tesoro di San Gennaro. Ma un colpo del genere richiede l’aiuto di veri professionisti.
Si rivolgono così a un nome altisonante della malavita napoletana, don Vincenzo “il Fenomeno”, che però se ne sta comodamente (si fa per dire) a Poggioreale. Don Vincenzo, con la saggezza dell’anziano boss, li indirizza al suo pupillo: Armanduccio Girasole, in arte “Dudù”, un guappo di quartiere dal cuore d’oro e la testa un po’ tra le nuvole.
Dudù capeggia una banda a dir poco sui generis: c’è Sciascillo, il fedele assistente; il “Barone”, un uomo con il cuore a destra che vive di congressi medici gratuiti; “Agonia”, il becchino con la passione per gli esplosivi; e il “Capitano”, il tecnico della situazione (o presunto tale). Jack, astuto, non rivela subito la vera portata del colpo, chiedendo solo una “grossa commissione”. Tra battute e malintesi, il piano prende forma, tra le risate e l’incredulità degli americani davanti all’approccio tutto napoletano al crimine.
Il primo tentativo si rivela un disastro comico. La banda è irrimediabilmente coinvolta in un matrimonio, e il povero Frank, il bulimico del gruppo, muore per indigestione di cozze, lasciando Jack e Maggie con un uomo in meno e un problema in più.
A questo punto, Jack è costretto a rivelare la posta in gioco: 30 miliardi di lire in oro e pietre preziose, ovvero il Tesoro di San Gennaro. Dudù e i suoi, tra il terrore e la tentazione, titubano. Rubare al Santo Patrono? Sacrilegio! Decidono di chiedere un segno. E il segno arriva: un raggio di sole che illumina la statua di San Gennaro dopo un acquazzone viene interpretato come un assenso divino. In realtà, Dudù ha già in mente di tenersi il tesoro per sé, promettendo (o forse illudendosi) di usarlo per il bene di Napoli. Il nuovo appuntamento per il colpo è fissato per la serata finale del Festival di Napoli, sfruttando una città deserta e distratta dalle canzoni.
Un colpo tra risate e imprevisti
Il giorno fatidico, la banda si rimette in marcia. Agonia e il Capitano si fanno strada nelle fogne con un armamentario degno di un film di fantascienza, tra laser ed esplosivi. Ma una soffiata manda la polizia sul posto, e i due finiscono in manette.
Dudù, Jack e Maggie, invece, dopo aver superato un muro e dei fili elettrici in modo rocambolesco, si ritrovano bloccati nella cripta. In un momento di rabbia, Dudù colpisce il muro, scoprendo… una porta! E dietro la porta, chi c’è? Sciascillo, entrato tranquillamente dalla porta principale, lasciata aperta dal custode distratto. Il tesoro è a portata di mano, il cristallo antiproiettile si frantuma quasi per sbaglio, e il bottino è loro!
Ma la lealtà nel mondo del crimine è un optional. Jack e Maggie tradiscono Dudù e scappano con il tesoro. Ne segue un inseguimento mozzafiato per le vie di Napoli. Maggie, decisa a non spartire nulla, si libera di Jack uccidendolo e facendo precipitare l’auto (e il cadavere) in mare.
Il trionfo del “Pirata” e la processione finale
Dudù e Sciascillo assistono al recupero dell’auto dal porto, convinti che sia Jack che Maggie siano finiti in fondo al mare con il tesoro. Ma Napoli è piena di sorprese. Concettina, la fidanzata di Dudù, rivela che Maggie è viva ed è in procinto di prendere un volo per gli Stati Uniti da Capodichino.
Dudù, con un’idea geniale, chiede a Concettina di far trovare all’aeroporto una persona travestita da Arcivescovo di Napoli, con cui fuggire in Svizzera e depositare il tesoro. Affiancato da Sciascillo, raggiunge l’aeroporto e, all’ultimo secondo, intercetta Maggie, strappandole di dosso il tesoro che si era cucita addosso.
Ma il destino ha in serbo un’ultima beffa per il povero Dudù. Mamma Assunta, la sua madre adottiva, infuriata per il sacrilegio, coinvolge il vero Arcivescovo. È proprio quest’ultimo a prelevare Dudù dall’aeroporto, portandolo in trionfo in mezzo alla folla festante della processione di San Gennaro. Dudù tenta un’ultima disperata mossa per fuggire con il bottino, ma la folla lo stringe, lo acclama come l’eroico salvatore del tesoro. Non gli resta che restituire il tesoro alla città.
Nella scena finale, Dudù e i suoi “soci” (Agonia compreso, miracolosamente liberato) si ritrovano loro malgrado a fare i “portatori” della statua di San Gennaro, mentre la banda musicale intona le note di “Simmo ‘e Napule paisà“. Una conclusione esilarante per una storia che celebra la furbizia napoletana, la sua caotica bellezza e l’inscindibile legame tra la città e il suo Santo Patrono.
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