C’è ancora un’altra guerra nel Golfo


Ha cominciato Israele, ma gli Stati Uniti di Trump lo avevano annunciato e, dopo la fine delle Olimpiadi invernali italiane, Teheran è stata bombardata.

L’Iran, come aveva più volte minacciato, ha spinto la sua rappresaglia dal Golfo addirittura sino a Cipro, controllato per metà dalla Grecia e per metà dalla Turchia. Israele ha di nuovo invaso parte del Libano via terra e l’Europa dimostra la sua irrilevanza politica, cominciando a pagare le conseguenze dure di una stretta sulle risorse energetiche per questo nuovo conflitto.

Le previsioni del generale Bartolini

Secondo il generale Marco Bartolini, in un’intervista su La Verità, le conseguenze saranno negative anche per l’Italia, perché non crede che sarà una guerra di poche settimane, se non si arriva subito a una trattativa.

Senza trattativa, per il generale italiano l’aggressione americana e israeliana nei confronti dell’Iran potrà andare avanti a lungo e creare grossi problemi all’Europa e alla stessa Italia.

I precedenti, per il generale Bartolini, indicano come quella parte di Occidente più bellicista abbia sempre sbagliato i conti: prima nei conflitti in Libia, poi anche in Siria e soprattutto nella guerra in Iraq. Adesso si rischia di fare la stessa cosa con l’Iran, dove, a giudizio del generale, si sta sottovalutando il carattere di quel Paese e il suo potenziale bellico.

L’Iran non è il Venezuela e l’uccisione immediata del leader Khamenei non ha lo stesso significato della deposizione di Maduro, perché il capo iraniano, oltre a essere una guida politica, era anche la prima autorità religiosa del Paese e quindi sta provocando pesanti ripercussioni in tutta la popolazione islamica in generale, e non solo in quella iraniana.

Le reazioni regionali e il rischio di escalation globale

La reazione negli Stati arabi confinanti sta dimostrando il potenziale militare iraniano, che sembra essere in grado di impensierire gli Stati Uniti e sicuramente creare qualche problema pure a Israele.

Poi c’è la grossa incognita del possibile ingresso della Cina nel conflitto, perché il gigante asiatico potrebbe essere riluttante a rinunciare a quell’Iran che è essenziale per la sua Via della Seta, che porta fino in Medio Oriente e poi in Europa.

Poi ci potrebbero essere i vantaggi tattici per la Russia di Putin. Infatti una delle conseguenze dell’impegno bellico statunitense in Medio Oriente è la diminuzione delle armi che arrivano al presidente ucraino Volodymyr Zelensky per difendere l’Ucraina.

Gli effetti sulla guerra in Ucraina

I sistemi bellici Patriot sono gli unici in grado di abbattere i micidiali missili balistici russi Kinzhal e, per l’Ucraina, dipendono totalmente dalle forniture americane.

La guerra in Iran ha quindi cambiato le priorità del Pentagono, che adesso dirotta i sistemi di difesa aerea verso i Paesi del Golfo per proteggere le basi americane e gli alleati regionali dalla miriade di missili e droni denominati Shahed dall’Iran.

Chiaramente le scorte americane non possono essere infinite e così lo stock statunitense dei missili Patriot sta scendendo pericolosamente, facendo abbassare i livelli di sicurezza dell’Ucraina.

È facile immaginare che, senza una copertura costante assicurata dai Patriot statunitensi, le infrastrutture energetiche ucraine, già duramente colpite negli ultimi mesi, rischierebbero addirittura il collasso sotto i nuovi bombardamenti russi.

Il possibile ruolo della Russia

Un altro vantaggio di Putin, anche se sul lungo periodo, potrebbe essere il tentativo russo di fungere da mediatore nei colloqui di pace tra Teheran e Washington, perché è già successo in passato.

Infatti il leader del Cremlino si offrì di mediare nei negoziati tra Stati Uniti e Iran sul programma nucleare di Teheran nel marzo 2025 e ancora a giugno dello stesso anno, ma Trump ignorò la sua offerta in entrambe le occasioni.

Il vero vantaggio tattico di Putin non emerge tanto nella mediazione, bensì nella distrazione che il conflitto iraniano sta provocando a Washington. Trump, al momento, non sembra preoccupato di porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina, entrata nel suo quinto anno il 24 febbraio scorso, ma piuttosto di completare il conflitto in Iran nei tempi previsti di qualche settimana e comunque non oltre un paio di mesi.

Le divisioni in Europa

Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez è stato finora l’unico fra i principali leader dell’Unione Europea a criticare con durezza la decisione degli Stati Uniti e di Israele di iniziare una guerra contro l’Iran.

Il premier socialista Sánchez ha definito la guerra avviata da Stati Uniti e Israele un’azione unilaterale che contribuisce a creare un ordine internazionale più ostile e incerto, e ha anche negato all’esercito statunitense l’uso delle basi militari sul suo territorio per attaccare l’Iran.

In risposta, il presidente Donald Trump ha minacciato gravi ritorsioni economiche contro la Spagna, definendo il governo di Sánchez addirittura terribile e ostile agli Stati Uniti.

La posizione dell’Italia

Dopo le dichiarazioni del premier spagnolo si è espressa anche la premier italiana Giorgia Meloni, cercando di ridimensionare la questione delle basi militari.

Secondo Meloni tutte le nazioni si starebbero in realtà attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali e la stessa portavoce spagnola avrebbe dichiarato che solo al di fuori degli accordi non ci sarà un utilizzo di basi spagnole.

Quindi, per il governo italiano, non viene messo in discussione quello che prevedono gli accordi e la presidente del Consiglio ha dichiarato le testuali parole:

“Noi in Italia abbiamo delle basi militari concesse all’utilizzo americano in virtù di accordi che non ho firmato io, che risalgono al 1954, che sono sempre stati aggiornati. Secondo quegli accordi ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, sarebbe a dire, semplificando, operazioni di non bombardamento. Poi, se arrivassero richieste di uso delle basi italiane per fare altro, io penso che la competenza sarebbe del governo decidere se concedere o no un utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo deciderlo insieme al Parlamento. A oggi però non abbiamo nessuna richiesta in questo senso e voglio dire che non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”.

Gli interessi strategici italiani

Dunque l’Italia sarebbe sulla stessa linea di Regno Unito, Francia e della stessa Germania, intendendo inviare aiuti ai Paesi del Golfo.

Giorgia Meloni parla di aiuti solo per la difesa, e particolarmente per quella aerea, non solo per lo spirito di amicizia nei confronti delle nazioni arabe colpite dall’Iran, ma soprattutto perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, oltre a circa duemila militari italiani, che è assolutamente necessario proteggere.

Tra l’altro il Golfo è anche vitale per l’approvvigionamento energetico dell’Italia e dell’Europa e la premier si dichiara preoccupata dalla reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini.

Questa reazione iraniana potrebbe comportare un rischio di escalation della guerra, con conseguenze imprevedibili nell’area e non solo.

Giorgia Meloni afferma di essere in totale sintonia con il presidente Mattarella in questa situazione internazionale così delicata e difficile. Le preoccupazioni di presidente del Consiglio e della Repubblica sarebbero le stesse e quindi, secondo Giorgia Meloni, questo continuo tentativo di creare delle divergenze è studiato appositamente per gli interessi di alcuni, intenzionati a indebolire e screditare la posizione italiana sulla vicenda bellica nel Golfo Persico.

Il rischio di nuove tensioni globali

Un fatto però sembra evidente, ossia il passaggio in secondo piano del massacro del popolo palestinese, oscurato pesantemente da questa nuova crisi.

In effetti potrebbe essere questa una delle ragioni per le quali il premier israeliano Netanyahu abbia voluto bombardare l’Iran in un momento in cui, pian piano, grazie alla rivolta della giovane popolazione, la situazione politica nello Stato fondamentalista islamico sarebbe potuta mutare.

Ma sembra che i radicali prenderanno di nuovo le redini del Paese iraniano, probabilmente con uno dei figli di Khamenei, e non solo non potrebbero esserci cambiamenti, ma anzi potrebbero svilupparsi nuovi odi e un nuovo pesante scontro tra i musulmani estremisti e l’Occidente.

Tutto questo potrebbe portare anche a un rinnovato pericolo della ripresa del terrorismo di matrice fondamentalista islamica in tutti i Paesi occidentali.

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