Cuore, musica e politica


In pochi giorni hanno perso la vita tre italiani molto conosciuti e importanti: Umberto Bossi, Paolo Cirino Pomicino e Gino Paoli. Voglio analizzare, della loro biografia molto interessante, gli aspetti che in un certo qual modo li accomunano, vale a dire il cuore, la musica e la politica, con un cenno al tifo calcistico.

Il cuore: tra malattia e destino

La tipologia dell’ultimo ricovero di Umberto Bossi fa pensare a una possibile complicazione di natura cardiovascolare, che ha portato al decesso nella serata del 19 marzo. Va però segnalato come dall’ospedale di Varese non sia stata diramata nessuna nota dall’équipe medica che si è occupata di Bossi nelle sue ultime ore di vita.

Umberto Bossi, che da giovane intraprese per un paio d’anni gli studi di medicina prima di dedicarsi all’attività politica, ha dovuto affrontare, nell’ultima parte della sua vita, diversi problemi di salute. Era definito il Leone del Nord perché era capace di passare notti insonni parlando di politica e fumando decine di sigari, che però accendeva e poi abbandonava dopo qualche tirata.

Amava anche il calcio e tifava per l’Inter, anche se seguiva con simpatia Milan e Atalanta, e si dice addirittura che avesse dichiarato ammirazione per il Napoli di Spalletti. Il suo corpo è stato fiaccato da un ictus che lo colpì nel 2004 e che ha rappresentato per lui l’inizio di una nuova fase.

Infatti, dopo un anno di riabilitazione, Bossi è riuscito a tornare protagonista tra i corridoi del potere romano, nonostante le sue note antipatie per la capitale, che definiva “ladrona”. Le sue forze non erano più quelle dei tempi della fondazione della Lega Nord, della sua ascesa e dell’ampolla nel Po, ma il suo spirito è rimasto indomito fino alla fine, restando nelle aule parlamentari italiane, seppure con un ruolo minore nel partito.

Anche la lunga vita di Paolo Cirino Pomicino, scomparso a Roma il 21 marzo, è stata segnata da una battaglia personale impegnativa con la salute, in particolare del suo cuore. Infatti, già nel 1985, negli Stati Uniti, a Houston, fu sottoposto a un quadruplice bypass coronarico, un intervento complesso necessario per bypassare arterie gravemente ostruite.

Negli anni Ottanta la cardiochirurgia stava facendo progressi, specialmente negli Stati Uniti, ma la sua operazione rimaneva ancora ad alto rischio, perché rappresentava una delle procedure più impegnative di quel periodo. Nel 1997 la malattia coronarica continuava a progredire e Pomicino dovette affrontare un secondo intervento chirurgico al Brompton Hospital di Londra: questa volta si trattò di un duplice bypass coronarico.

Anche questa operazione segnò un momento critico nel suo percorso clinico, evidenziando come la malattia fosse persistente e non completamente risolta dal primo intervento. Negli anni successivi le difficoltà cardiache peggiorarono ulteriormente, fino a rendere necessario addirittura un trapianto di cuore.

Il 9 aprile 2007 Pomicino ricevette un nuovo cuore al Policlinico San Matteo di Pavia, sotto la guida del professore Mario Viganò, tra i massimi esperti italiani di trapianti cardiaci.

Anche Pomicino, come Bossi, aveva intrapreso gli studi di medicina ma, a differenza del senatore leghista, si era laureato e poi specializzato in neurologia. Altro aspetto curioso è il fatto che, in una famiglia napoletana con sei figli, ognuno avesse scelto di seguire la politica con un partito diverso e di tifare in modo differente: Paolo Pomicino, sorprendentemente, teneva per il Milan.

Gino Paoli, invece, è morto il 24 marzo e anche per lui l’aspetto della salute del cuore è fondamentale. Nel 2017 il famoso cantautore era stato sottoposto a un intervento per un aneurisma dell’aorta addominale, superato con successo ma non senza conseguenze sul suo equilibrio fisico complessivo.

La sua età avanzata e le conseguenze della pandemia da COVID-19 avevano ulteriormente inciso, lasciando negli ultimi anni a Paoli una situazione di affaticamento della salute, che lo ha accompagnato fino alla sua morte nella casa di Genova.

Il cuore riguarda Gino Paoli in un modo sensazionale, perché il cantautore, a soli trent’anni, si puntò una pistola al petto e fece partire un colpo con l’intenzione di farla finita, mirando a colpire il muscolo cardiaco. La pallottola, però, si fermò appena prima di perforare il cuore e rimase nel suo petto per sessant’anni, praticamente tutta una vita.

La pallottola nel petto, miracolosamente, non gli procurò danni e fu utilizzata da Paoli come ricordo di una gioventù vissuta sul confine sottile che separa trionfo e baratro: un simbolo della sua lotta personale tra successo e depressione, tra popolarità, alcol, fumo e altri vizi.

La musica: tra arte e identità

Per quanto riguarda l’aspetto della musica, Gino Paoli può essere definito come il pioniere del pop, per come lo si intende ancora oggi. Il suo nome è indissolubilmente legato a “Il cielo in una stanza”, uno dei brani più celebri di sempre, portato al successo anche da Mina e diventato un classico senza tempo.

Anche la canzone “Sapore di sale” rappresenta un’immagine iconica della sua produzione, perché il testo racconta l’estate italiana come un tramonto in spiaggia, con una malinconia sottile e rarefatta.

Gli altri suoi capolavori sono “La gatta”, un racconto semplice e struggente di una casa che non c’è più; “Senza fine”, che ha attraversato epoche e interpretazioni diverse; “Che cosa c’è”, brano intimo e sospeso; e “Una lunga storia d’amore”, diventata negli anni una delle sue canzoni più popolari.

Questi testi hanno saputo parlare a generazioni diverse, mantenendo ancora un’attualità sorprendente, così come è originale la sua particolarità di essere tifoso del Genoa ma anche forte simpatizzante della Sampdoria, tanto da partecipare alla festa del suo scudetto nel 1991.

Anche Umberto Bossi ebbe una breve esperienza come cantautore, e il suo nome d’arte era Donato, con il quale nel 1961 partecipò, insieme al suo complesso, al Festival di Castrocaro.

Sempre accompagnato dall’orchestra di Mazzucchelli, Bossi incise nel 1961, per la casa discografica Caruso (etichetta del maestro Vitaliano Caruso), un disco a 45 giri con i brani “Ebbro”, che può essere definito un boogie woogie, e “Sconforto”, che invece era un rock slow.

Di questi brani Bossi era autore assieme a Mazzucchelli e, oltre alle canzoni, scrisse anche alcune poesie in lingua lombarda. Una di queste, “Scioperu in dur Baset”, ossia “Sciopero alla Bassetti”, fu pubblicata nel gennaio del 1982 su Ul bartavèll, una rivista politico-culturale della zona di Varese.

Per quanto riguarda il rapporto tra Pomicino e la musica, il politico democristiano ha voluto andarsene sulle note della Suite per orchestra jazz n. 2 di Dmitrij Shostakovich, anche nota come Valzer n. 2.

La sua volontà è stata quella di mostrare, alla fine della sua vita terrena, eleganza e una lucida malinconia, perché Paolo Cirino Pomicino ha voluto accomiatarsi dagli amici e dai colleghi, venuti a ricordarlo al suo funerale, con note malinconiche ma allo stesso tempo coinvolgenti e appassionate.

Il giornalista Marco Damilano, inoltre, ha ricordato come l’ex ministro scherzasse spesso negli ultimi anni, dicendo che avrebbe voluto che sua moglie, Lucia Marotta, ballasse alle sue esequie proprio questo brano.

In effetti la musica del grande compositore russo ha risuonato nelle sue esequie fra le mura della Basilica del Sacro Cuore Immacolato di Maria, a piazza Euclide, a Roma, secondo le sue ultime volontà.

La politica: percorsi e intrecci

Dal punto di vista politico, Pomicino era conosciuto con il soprannome ’o Ministro, perché tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta ha presieduto il Ministero della Funzione Pubblica nel governo De Mita e il Ministero del Bilancio e della Programmazione Economica nei governi Andreotti VI e VII, nella cui corrente, definita anche “Primavera”, era considerato un esponente di grande rilievo.

Ho voluto constatare un legame politico tra Bossi e l’esperienza di Gino Paoli nel Parlamento italiano, perché esistono diverse testimonianze della militanza del fondatore della Lega Nord a sinistra negli anni giovanili, anche se non fu un sessantottino.

Nei primi anni Settanta Bossi militò, in rapida successione, nel gruppo comunista de Il manifesto, nel Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, nell’ARCI e nei movimenti ambientalisti.

Nel 1975 risultava iscritto al Partito Comunista Italiano, in quanto versava un contributo d’iscrizione presso la sezione locale di Verghera di Samarate, in qualità di medico, pur non avendo mai conseguito né la laurea né il titolo abilitante all’esercizio della professione.

Lo stesso Bossi, che inizialmente negava la militanza comunista, ammise che per alcuni mesi, tra il 1974 e il 1975, fu impegnato in un’iniziativa di solidarietà del PCI di Verghera di Samarate, collaborando all’organizzazione di una raccolta fondi a sostegno dei dissidenti del regime dittatoriale di Pinochet.

Ovviamente, dal punto di vista politico, Bossi è ricordato per essere stato ministro della Repubblica, senatore, deputato e parlamentare europeo, ma resterà nella storia soprattutto come fondatore della Lega Nord, di cui è stato segretario federale fino al 2012 e successivamente presidente a vita.

Bossi è stato ministro per le riforme per il federalismo, di cui è stato fautore, arrivando ad auspicare una secessione del Nord Italia in base alle teorie di Miglio. È stato eletto per la prima volta al Senato nel 1987, da cui deriva il suo storico soprannome “Il Senatùr”, molto usato nel gergo giornalistico.

Entrò nel governo per la prima volta nel 2001, quando fu nominato ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione nel governo Berlusconi II. Tuttavia, il 5 aprile 2012, a seguito dello scandalo dovuto a una presunta distrazione di fondi del partito a favore della sua famiglia, rassegnò le dimissioni da segretario della Lega Nord, carica che aveva ricoperto fin dalla fondazione nel 1989.

Da allora ha svolto un ruolo più marginale all’interno del partito, ma è deceduto da parlamentare ancora in carica della Lega, seppure in contrasto con il leader attuale Salvini.

Per quanto riguarda invece l’impegno di Gino Paoli in politica, va ricordato come il cantautore si fosse presentato anche lui nel 1987 alle elezioni politiche, venendo eletto deputato fra le file del PCI, Partito Comunista Italiano, che successivamente alla svolta della Bolognina di Occhetto diventò PDS.

Va ricordato però come in Parlamento Gino Paoli si fosse iscritto al Gruppo Indipendente di Sinistra, in quanto non si era mai tesserato con il PCI né con altri partiti.

Nel 1992 decise di mettere fine all’attività politica professionale, non venendo rieletto parlamentare come indipendente nelle liste del PDS. Paoli ha ricoperto anche il ruolo di assessore alla Cultura nel comune di Arenzano e, durante il mandato, manifestò contrarietà al provvedimento che prevedeva l’abolizione dell’attività di parrucchiere sul territorio.

Nel 2007, in un’intervista all’Espresso, dichiarò: “Sono anarchico da sempre. Il gene dell’anarchia l’ho ereditato da mio nonno, analfabeta, che conosceva a memoria gli scritti di Carlo Cafiero, le canzoni di Pietro Gori, l’autore di ‘Addio a Lugano’, e anche la Divina Commedia”.

L’ultimo ruolo politico ricoperto fu quello di presidente della SIAE, la Società Italiana degli Autori ed Editori, fondata nel 1882 per tutelare il diritto d’autore. Negli ultimi anni ha polemizzato con il suo amico e concittadino Beppe Grillo per alcune prese di posizione del Movimento 5 Stelle, che non condivideva assolutamente.

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