Guerra in Medioriente, si teme che la violenza sfoci in una guerra più ampia che coinvolga gli stati vicini

Dopo i conflitti in Ucraina, Niger e Sudan arrivano anche gli attacchi dei terroristi di Hamas, con la successiva risposta israeliana nella striscia di Gaza e tanti razzi esplosi in diverse direzioni e che hanno coinvolto anche Libano e Siria. Insomma negli ultimi giorni la tensione è esplosa nuovamente in Medioriente tra Israele e una parte dei palestinesi, ma sembrano coinvolti anche altri stati islamici.

In questa situazione così drammatica è stato raggiunto a Tel Aviv un accordo politico tra il premier Benyamin Netanyahu e uno dei leader dell’opposizione, Benny Gantz per un governo di emergenza nazionale, perché purtroppo il bilancio di morti e feriti è in continuo aumento.

Il conflitto israelo-palestinese non è certamente una notizia di oggi, e in questi giorni si è solo riaperta una questione, che in realtà non si era mai esaurita. Purtroppo il conflitto israelo-palestinese è tornato nelle forme peggiori, cioè utilizzando completamente lo strumento della violenza, per far prevalere le ragioni di una parte o dell’altra.

Ora bisogna attendere un poco di tempo, per capire meglio il grado d’intensità della reazione israeliana a quello che è avvenuto nel suo territorio, come ha osservato anche l’esponente socialista Bobo Craxi ad alcuni organi di stampa. Il conflitto tra israeliani e palestinesi è presente dall’immediato dopoguerra del secondo conflitto mondiale e, se negli anni ottanta dello scorso secolo si era riusciti faticosamente almeno a trovare un perimetro fatto di dialogo diplomatico e di reciprocità, la situazione attuale è onestamente molto più preoccupante.

Non può essere sufficiente per le democrazie occidentali esprimere una condanna netta all’uso del terrorismo, e la solidarietà verso lo stato aggredito e chiaramente neanche si può pensare che l’intero Occidente entri in guerra al fianco di Israele. In effetti lo stato ebraico è una potenza nucleare e non ha bisogno di sostegni militari, ma manca completamente un’iniziativa europea, che sappia far riemergere efficacemente la dimensione diplomatica,  riportando le  comunità israeliana e palestinese ad una seria riflessione per giungere a possibili soluzioni almeno di riduzione del conflitto, se non dell’intera questione.

La situazione è molto complicata, perché si fronteggiano estremismi, radicalismi, insomma due nazionalismi veri e propri. Se dovesse prevalere anche l’estremismo fanatico delle parole, un tipo di fanatismo, che purtroppo non manca neanche in Europa e nel nostro paese, le conseguenze sarebbero terribili, perché tornerebbe un razzismo che si pensava ormai sconfitto e il rischio di emulazione proprio dei fanatici, presenti purtroppo ovunque. È difficilissimo prevedere quello che può avvenire, perché se non si spengono subito questi fuochi di guerra il conflitto  può durare tanto, più ancora di quello tra ucraini e russi. Per l’Italia poi c’è da valutare il pericolo dei terroristi infiltrati, perché la questione che oppone gli arabi palestinesi agli israeliani, è un conflitto vetusto, che rischia di riaccendere passioni e  tanti interessi.

Per evitare che questo accada, sempre ad avviso dell’ex parlamentare Bobo Craxi non bisogna assolutamente enfatizzare l’idea di uno scontro tra civiltà perché la società occidentale non è minacciata. Bisogna infatti evidenziare come la maggioranza dei palestinesi sia di religione cristiana, non musulmana, a dimostrazione di quanto sia sbagliato il fatto che si tende a dare una dimensione religiosa al  conflitto, attualmente riesploso con una durezza inaudita. Occorre creare le condizioni per le prospettive di pace con una soluzione duratura e come prima cosa occorre fermare le escalation di guerra e mediare sulle rispettive rivendicazioni di israeliani e palestinesi.

La soluzione secondo Craxi è nell’applicazione degli accordi di pace, che erano già stati stipulati dopo la seconda guerra mondiale. Purtroppo questi accordi non sono stati realizzati nel corso degli ultimi decenni. Era stato approvato un trattato molto lungo e ci sono state molte voci disattese.

Inoltre per risolvere la questione israelo-palestinese occorre il rispetto assoluto del diritto internazionale e delle risoluzioni che sono state votate dalle Nazioni Unite nel corso degli anni. Il primo dato da cui partire è il rispetto dell’esistenza d’Israele, con la consapevolezza però che non si tratti soltanto di una questione di carattere territoriale, perché altrimenti la soluzione sarebbe molto più semplice. Evidentemente, a giudizio di Bobo Craxi, la questione palestinese viene agitata dentro un contesto di squilibrio mondiale molto più complesso, nel quale le grandi potenze si trovano a fronteggiare uno dei tanti territori problematici Bisogna che innanzitutto le nazioni più importanti del mondo riescano a misurare questa crisi regionale all’interno della crisi internazionale più ampia che il pianeta Terra sta attraversando dopo la fine dell’equilibrio di guerra “fredda” tra Usa e Urss.

Nelle ultime ore ci sono stati raid israeliani contro gli aeroporti di Damasco e Aleppo in Siria con le difese aeree della Siria, che sarebbero state attivate in risposta all’attacco del 12 ottobre, almeno secondo le emittenti radiofoniche governative siriane. Il ministero della Difesa siriano, secondo l’agenzia governativa Sana, riferisce come i raid israeliani sulle infrastrutture del Paese abbiano danneggiato le piste di atterraggio dei due scali aerei internazionali, per colpire due depositi di armi iraniane custoditi dagli Hezbollah libanesi filo-iraniani presenti in Siria. In effetti l’influenza di Teheran sulla questione israelo-palestinese è cresciuta da quando l’Iran ha iniziato a sostenere il presidente Bashar al-Assad nella guerra civile iniziata nel 2011.

L’Israel Defense Forces ha attaccato le postazioni siriane, da dove sono stati lanciati diversi razzi, almeno cinque, per i media locali, in direzione del  territorio israeliano. Una parte di questi lanci sono passati nel territorio israeliano e, con tutta probabilità sono caduti in aree aperte e ora i governi mediorentali temono che la violenza possa sfociare in una guerra più ampia, che coinvolga i vicini di Israele, Siria e Libano.

Il numero delle vittime nella Striscia di Gaza per i bombardamenti israeliani degli ultimi giorni è in continua crescita, così come sono circa seimila i feriti, secondo i dati dichiarati dal Ministero della Sanità palestinese.

Secondo l’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari sono quasi 339.000 le persone che sono state costrette a fuggire dalle proprie case nella Striscia di Gaza sotto assedio e bombardata dall’esercito di Israele. Anche il numero degli sfollati nel territorio palestinese è in continua crescita e l’Ocha ha spiegato che quasi 220.000 persone hanno cercato rifugio nelle scuole gestite dall’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente e circa 15.000 sono fuggite nelle scuole gestite dall’Autorità palestinese, oltre 100.000 hanno trovato rifugio presso parenti e vicini o in in altre strutture religiose e civili della città di Gaza.

Il premier israeliano minaccia con pesanti dichiarazioni il gruppo terroristico Hamas, autore dell’attacco nel territorio israeliano che ha provocato tanti morti e feriti e la cattura di diversi ostaggi.

“Ogni membro di Hamas è un uomo morto” – questa è la  dichiarazione effettuata direttamente da Benyamin Netanyahu, il primo ministro israeliano, che ha annunciato pure il varo di un governo di emergenza nazionale, per guidare il Paese nella guerra contro il gruppo islamico. “Abbiamo messo da parte le differenze”, ha voluto scandire Netanyahu, per spiegare una scelta obbligata, a fronte anche di quello che sta succedendo al confine con il Libano, dove la situazione scivola sempre più verso il conflitto aperto con Hezbollah.

L’obiettivo del governo israeliano, almeno per il momento, resta però Hamas a Gaza, dove si susseguono senza sosta gli attacchi dal cielo contro le strutture strategiche della fazione palestinese, ma anche contro i suoi capi.

Oggi è stata uccisa in un raid la famiglia di Mohammed Deif, il leader militare nella Striscia, ma sotto le bombe ci sono anche i civili. Hamas intanto ha annunciato la liberazione di tre ostaggi, una donna e i suoi due figli: “Una colona israeliana e i suoi due figli sono stati rilasciati dopo essere stati detenuti durante gli scontri“, hanno detto in un comunicato le Brigate Ezzedine al-Qassam, braccio armato del gruppo islamico.

Gaza tra l’altro è rimasta totalmente al buio visto che, dopo il taglio delle forniture da parte di Israele, l’unica centrale elettrica funzionante ha finito il carburante e si è spenta. Gli attacchi aerei “su scala senza precedenti” stanno martellando la Striscia di Gaza e la strategia sembra volta a preparare il terreno per l’ingresso di terra dell’esercito israeliano. I militari sarebbero pronti ad intervenire massicciamente sul terreno della Striscia di Gaza. Gli obiettivi colpiti finora sono stati oltre 2.600. Mentre da Gaza si è infittito il lancio di razzi e secondo le stime dell’esercito israeliano, finora ne sono stati impiegati oltre 5.000.

Missili sono caduti non solo nelle comunità attorno alla Striscia ma anche su Ashkelon, dove è stato centrato un ospedale, e su tutta l’area centrale di Israele, Tel Aviv compresa, nella cui area è incluso l’aeroporto internazionale Ben Gurion. I morti in Israele sono oltre 1.200, di cui solo 189 soldati. A Gaza le vittime sono arrivate a 1.055, inclusi 11 membri dello staff dell’Onu e 30 allievi delle scuole Unrwa e per questo drammatico bilancio la tregua sta diventando una necessità. Il governo del Cairo avrebbe infatti discusso alcuni piani con gli Stati Uniti e altri Paesi “per fornire aiuti umanitari attraverso il confine con la Striscia con un cessate il fuoco limitato”

Sulle vicende della guerra pesa il destino dei circa 150 ostaggi, di cui 17 sono anche cittadini americani e ci sarebbe pure un  italo-israeliano, che risulta ufficialmente disperso. Il presidente turco Erdogan, oltre ad occuparsi da mesi di creare le condizioni di una tregua nel conflitto tra Russia e Ucraina, ha fatto sapere che negoziati sono in corso con Hamas per ottenere la liberazione degli ostaggi. Ma, sulle possibilità della realizzazione di una tregua, alcuni commentatori in Israele hanno spinto a considerare il peso anche delle immagini delle atrocità commesse dai miliziani nei kibbutz di Beeri o Kfar Aza, che hanno scioccato e inviperito l’opinione pubblica. Il premier Benyamin Netanyahu anche per questo motivo ha scelto la strada del governo di emergenza nazionale, soprattutto perché dopo i clamorosi buchi registrati della sua intelligence, dei suoi attrezzati servizi segreti, non vuole più assumersi la responsabilità di nessuna scelta, senza l’adesione preventiva di maggioranza e opposizione.

Il premier israeliano sta organizzando una cellula di comando che guiderà il Paese in una guerra, che secondo il suo ministro degli esteri sarà piuttosto lunga e dura. In questo organismo ristretto di comando ci saranno, oltre lo  stesso premier Netanyahu, Benny Gantz, uno dei leader dell’opposizione, il ministro della Difesa Yoav Gallant, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot anche lui ex esponente di opposizione e il ministro degli Affari strategici Ron Dermer.

Molti israeliani auspicano che anche l’altro capo dell’opposizione, Yair Lapid, possa entrare presto nel nuovo governo di emergenza nazionale sostenuto da tutte le forze politiche. Uno degli accordi più importanti di questo nuovo governo è che fino alla fine della guerra non si debba più parlare di riforma giudiziaria, tema che per tanti mesi ha spaccato completamente in due Israele.

Anche il super falco di estrema destra Itamar Ben Gvir ha dovuto prendere atto dell’accordo, chinando la testa, ma come ministro della Sicurezza nazionale ha comunque invitato tutti gli israeliani ad armarsi, per la paura di una possibile “rivolta araba” nelle cittadine miste del Paese. A stimolare il suo invito ad armarsi fino ai denti è stato l’appello alle masse arabe di Giordania, Egitto, Libano e Siria, lanciato dall’ex capo di Hamas, Khaled Meshal, che ha chiesto di “scendere in piazza” nel primo giorno di preghiera utile per gli islamici dallo storico attacco di Hamas, avvenuto peraltro di sabato, lo shabbāt.

Nella settimana ebraica, è il settimo giorno, festivo e consacrato a Dio, nel quale ci si dedica a ad un riposo sacro, interrompendo ogni lavoro e attività che comporti cosciente trasformazione dell’ordine esistente come cucinare, scrivere, usare l’elettricità, o anche semplicemente guidare una macchina.

 

PUBBLICITA

LEGGI ANCHE

Juve Stabia niente partita!

P

Juve Stabia a Capracotta, le foto del ritiro

La Juve Stabia è in ritiro a Capracotta in Molise a preparare l'agognata Serie B, giunta dopo un campionato esaltante. Le foto della Juve Stabia...

Siracusa Calcio, si chiude la prima settimana di campagna abbonamenti

Siracusa Calcio, nella giornata di ieri si è conclusa la prima settimana di campagna abbonamenti riservata alla prelazione

Software gestione aziendale 2024: tutte le ultime tendenze

Software gestione aziendale 2024: tutte le ultime tendenze e le innovazioni che trasformano il modo di lavorare delle imprese.

ULTIME NOTIZIE

PUBBLICITA