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Jobs act. Dopo mesi di propaganda e tanti gufi caduti stecchiti sulla strada del renzismo rampante, sono arrivati i dati ufficiali dell’ISTAT, che ci danno un’idea di cosa stia effettivamente avvenendo nel mercato del lavoro italiano e sui risultati delle politiche di riforma del mercato del lavoro che Renzi ed il suo governo stanno portando avanti da ormai poco più di un anno.

Dopo i dati apparentemente positivi di inizio anno, a marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3% (-59 mila) rispetto al mese precedente, mentre la disoccupazione arriva al 13% ( il dato atteso era del 12,6%), con un tasso di disoccupazione giovanile (cioè tra i 15 ed i 24 anni) che arriva fino ad uno spaventoso 43,1%. A questo dato di certo non confortante si aggiunge la riduzione del tasso di occupazione (il tasso medio di popolazione attiva, che è diverso dal tasso di disoccupazione perché quest’ultimo non considera tutti coloro che il lavoro NON lo cercano): infatti anche questo dato è peggiorato, dal 55,7% al 55,5%.
Un ultimo dato negativo si aggiunge alla compagnia: gli occupati, rispetto all’anno scorso (Marzo 2014, per la precisione) sono scesi di 70mila.

I dati, così come sono mostrati, sembrerebbero non dar spazio né all’immaginazione né a commenti particolarmente interpretativi; “negative sorti e regressive” su tutti i fronti, nessuna scusa per la propaganda del cambiamento, fallimento di ogni tentativo di politica economica sul lavoro.

O forse c’è altro?

Le cifre danno l’idea di come la situazione attuale non possa essere modificata con i provvedimenti presi, nonostante buona volontà, e coraggio, ma che al massimo si possa ottenere una manutenzione marginale del mercato del lavoro: cosa certo non malvagia, ma insufficiente. Nonostante il decreto Poletti che liberalizza i contratti a tempo determinato, rendendo più semplice alle imprese assumere, ed il Jobs Act che rende i contratti a tempo indeterminato non solo meno vincolanti (attraverso il parziale scardinamento dell’articolo 18) ma anche meno onerosi (grazie alla de-contribuzione che abbassa il costo del lavoro di tutti i neo assunti) la disoccupazione continua a crescere. Ciò che è stato fatto è dunque controproducente? O addirittura dannoso?

 

Ribadiamo la nostra idea: se il ciclo economico è sfavorevole non si può creare neanche un posto di lavoro con un decreto legge, e nemmeno attraverso le decontribuzioni, per i seguenti motivi.

Dare sgravi fiscali a chi assume può essere non solo inutile, ma addirittura uno spreco di risorse, poiché in buona parte possono finire alle imprese che avrebbero assunto in ogni caso, oppure ad imprese che sostituiscono dipendenti con nuovi lavoratori solo perché meno costosi (è già successo): se ipotizziamo che tutti si comporteranno in questo modo nei prossimi mesi, miliardi di euro verranno spesi, senza la creazione di un posto di lavoro. Questo perché, semplicemente, si assume solo se si ha realmente bisogno di maestranze, non se il governo ti dà un biscottino (non siamo veggenti, questo è solo un esercizio per la mente: ci saranno casi in cui il sussidio sarà utile, ed altri casi in cui non lo sarà, ma già questo rende l’idea di come tanto denaro rischia di essere sprecato).

Creare poi nuovi contratti può aiutare ad avere un mercato più dinamico, dove le persone non siano inamovibili dal loro posto di lavoro, e spingere le imprese a assumere e licenziare sia in base ai propri bisogni sia per assumere persone più capaci, giovani, preparate o meno costose (con tutte le conseguenze negative e positive del caso…) ma non crea di per sé, durante una fase economica stagnante o recessiva, un solo posto di lavoro.

Solo la crescita economica, la concorrenza meritocratica e la riduzione delle tasse possono.

La realtà comunque è piuttosto complessa, e va dunque compresa con attenzione: i dati negativi non sono soltanto numeri che urlano “RENZI SBAGLIA”: in realtà, e con questo concludiamo, l’operazione Jobs Act può portare, pur non aumentando l’occupazione, almeno ad una stabilizzazione dei precari attraverso l’inserimento nel mercato con contratti meno precari, più sicuri e (chissà) meglio retribuiti: questa cosa non è di certo un dato di poco conto. Se la lotta contro il precariato, una delle grandi piaghe dell’ultimo decennio, portasse a qualche risultato, certamente ne saremmo felici.

Resta l’amarezza nell’aver visto un popolo intero credere a delle fantomatiche promesse di lavoro tramite decreto legge, cosa possibile (ma a che prezzo!) solo nell’URSS qualche decennio fa. I dati reali, comunque, stanno cominciando in ogni caso a venire a galla, e di pari passo gli atout di Renzi, così come il suo capitale politico, sembrano in consunzione: speriamo solo che, al termine della narrazione onirica, il risveglio non sia particolarmente brusco.

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