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NAPOLI – La mattina del 12 Luglio l’Ispettorato del Lavoro interregionale è stata affollata da numerosi manifestanti, tra attivisti dei movimenti territoriali, lavoratori precari e disoccupati, che hanno interrogato l’agenzia sulle gravi responsabilità rispetto alla crescente precarietà sui posti di lavoro irregolari.

La dimostrazione è avvenuta a seguito della morte di Salvatore Caliano, 21 anni, lavoratore a nero caduto dal 4°piano mentre effettuava dei lavori di pulizia di un lucernaio nel quartiere napoletano di Forcella.

Gli attivisti hanno voluto denunciare in maniera simbolica le numerose tragedie di cui sono vittime i lavoratori senza regolari contratti di lavoro, che in una fase di crisi economica la quale colpisce le fasce più povere della popolazione, vengono costretti a lavorare in assenza di sicurezza sul lavoro e accettano delle paghe giornaliere misere a causa di un’alternativa lavorativa dignitosa e rispettabile.

Ma la vernice rossa riversata presso la sede dell’ispettorato del lavoro e lo striscione che recitava “le nostre vite valgono di più di 30 euro” non sono state l’obbiettivo dei disoccupati e precari scesi in piazza. Infatti, oltre a incentivare come forma di solidarietà un contributo di sostegno alla famiglia della vittima napoletana, promettono di mantenere alta l’attenzione sul fenomeno delle morti di lavoro con nuove azioni di “pressione”, se non si vedranno riscontri immediati dalle parole del vicedirettore Caracciolo in merito a controlli ispettivi per contrastare lavoro nero, sottopagato e che mette a rischio l’incolumità di tutti coloro che sopravvivono in tal modo, “arrangiando” quotidianamente.

Il 17 Giugno, un lavoratore indonesiano a bordo di una nave del Porto di Napoli, è rimasta schiacciata da un automobile sulla linea Napoli-Palermo mentre una seconda persona è rimasta ferita. Alcuni lavoratori licenziati presso So.Te.Co e CO.NA.TE.CO dello stesso Porto, non hanno esitato a denunciare che di fatto, all’interno di uno dei Porti nodali del Sud Italia, si erano già verificati altri incidenti poiché le condizioni di lavoro sono drasticamente pericolose, ma né l’Autorità Portuale né le Istituzioni locali, tra cui Questura e Prefettura, hanno mosso dei provvedimenti per le gravi situazioni di pericolo in seguito alle denunce.

Dall’inizio dell’anno 2018, si sono verificati in tutta Italia 387 decessi sui luoghi di lavoro, come viene riportato dall’Osservatorio indipendente Bologna dei caduti sul lavoro: dalle fabbriche ai campi di raccolta, lavoratori autoctoni, soggiornanti e clandestini hanno perso la loro vita in quelli definiti dalla stampa mainstream “incidenti”; senza contare i numerosi casi incidenti mortali avvenuti durante i tragitti verso il posto di lavoro o dal ritorno, e dei licenziati e disoccupati che hanno scelto il suicidio rispetto ad una vita fatta di disperazione economica e materiale.

Solo nella giornata 11 Luglio, in un deposito di marmi presso Massa Carrara, un operaio ha perso la vita perché colpito da un blocco di marmo; mentre un altro operaio di Campodarsego in provincia di Padova è caduto da un’impalcatura in mancanza delle attrezzature necessarie al lavoro.

Ma se da un lato, il Ministro del Lavoro Luigi Di Maio a Giugno dichiarava di “dover essere all’altezza di questo eccidio senza fine”, senza dare seguito alle sue parole, dall’altro canto neanche la risposta dei sindacati confederali risulta efficace, per riprendere le dichiarazioni dell’UGL in Liguria, che nel caso della morte nel Padovano, non ha proposto nient’altro che uno sciopero di 4 ore per fare pressione e richiedere maggiori controlli, oltre ad avere dichiarato, in maniera inadeguatamente provocatoria, che “se la sinistra veste le magliette rosse pro immigrazione” allora le responsabilità sindacali si ridurrebbero all’indossare magliette bianche per le morti di lavoro.

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