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La Consulta ha dichiarato incostituzionale il mancato adeguamento all’inflazione delle pensioni: la odiata Fornero ha compiuto un furto…O forse il furto è altrove?

La Corte costi­tu­zio­nale ha giu­di­cato ille­git­timo il blocco dell’adeguamento all’inflazione delle pensioni che il Governo Monti inserì a fine 2011 nel cosiddetto “decreto Salva-Italia”, dura finanziaria che riportò tassi di interesse e conti pubblici sotto controllo. La decisione dovrebbe obbligare il governo a restituire ai pensionati oggetto di tale provvedimento tutta la rivalutazione che era stata loro negata negli ultimi anni. Questa norma, corollario della riforma pensionistica meglio nota come Riforma Fornero (che ha aumentato età pensionabile e contributiva e sancito il passaggio dal modello “retributivo” a quello “contributivo” per il calcolo degli assegni) ha consentito allo stato di recuperare, tra il 2012 e il 2015, circa 8 miliardi di euro da 6 milioni di pensionati. Il provvedimento è stato poi rivisto dal governo Letta, che ha bloccato gli adeguamenti solo per le pensioni sopra i 3000 euro lordi al mese dal 2014 in poi.

La sentenza ha immediatamente scatenato un turbinio di opinioni contrastanti, con proclami politici, strumentalizzazioni, e vuote prese di posizione. Cercando di far passare in secondo piano queste ultime e di sgombrare la mente da pregiudizi e propaganda, il ragionamento che ci proponiamo di portare avanti in questo articolo è il seguente: non ha senso attaccarsi a slogan come “diritti acquisiti” o “privilegi di casta” senza sapere come è fatto il nostro sistema pensionistico e come sono si sono formate le pensioni pubbliche in questi anni. Bisogna comprendere inoltre che, a fronte di un provvedimento apparentemente draconiano come quello sopra descritto, ve ne siano stati tantissimi altri, di segno diametralmente opposto, negli ultimi decenni, che rendono la situazione complessiva molto più favorevole di quanto si pensi per coloro che sono già in pensione.
Nonostante ciò, la spesa italiana per pensioni resterà elevata, per i motivi di cui sopra.

Cominciamo col dire che la spesa pensionistica italiana rimane la più alta (rispetto al prodotto interno lordo) in assoluto di tutti i paesi occidentali nell’Ocse, come il grafico sotto dimostra (FONTE: ministero economia e finanza): questo è avvenuto sia per il notevole costo delle cosiddette “baby pensioni”, sia perché per lungo tempo l’età pensionabile non è stata legata all’invecchiamento della popolazione, sia perché, per tutti coloro che sono andati in pensione prima della riforma
Fornero, una parte dell’assegno pensionistico è stato calcolato non sui contributi versati, ma sulla base delle ultime retribuzioni (cioè con il metodo retributivo, che parametra le pensioni sugli ultimi stipendi senza che vi siano stati contributi sufficienti a coprire le stesse pensioni). Questo ha portato, in ultima analisi, ad elargire (a nostro parere ingiustamente) assegni più alti rispetto ai contributi versati per molti tra i lavoratori che sono andati in pensione prima del 2011. Dopo la riforma Fornero, invece, le future pensioni saranno integralmente coperte dai contributi versati, senza costi aggiuntivi per l’erario, e nel lungo termine il sistema tornerà in equilibrio, come si vede nel grafico in basso. Inoltre, attraverso il blocco delle rivalutazioni per inflazione, la riforma ha creato un meccanismo di “redistribuzione delle risorse”, dalle pensioni più alte all’erario, e tali risorse potrebbero essere utilizzabili per abbattere il debito, ridurre la pressione fiscale o aiutare le fasce meno abbienti della popolazione.

 

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In nero: proiezioni future spesa per pensioni dopo la riforma Fornero contro scenari pre-riforma. Fonte: Ministero economia e finanza

Aggiungendo ai dati empirici di cui sopra anche valutazioni generali sullo stato di salute della nostra economia, conviene inserire la discussione all’interno di una valutazione complessiva di tutti i vari segmenti della popolazione: a tal proposito notiamo che gli stipendi di buona parte del pubblico impiego non ricevano aumenti da anni, mentre nel settore privato il potere di acquisto medio è sceso al livello del 1992.

Venendo al dunque, dopo aver mostrato il problema ancora irrisolto dello sperpero pensionistico italiano, della tuttora difficile sostenibilità e dello squilibrio tremendo che ora più che mai vige tra pensionati attuali e futuri pensionati svantaggiati (laddove per futuri si intende chiunque abbia approssimativamente meno di 50 anni) arriviamo alla nostra personale conclusione.

Il diritto acquisito per coloro che sono andati in pensione prima della riforma Fornero è, essenzialmente, avere una pensione commisurata al capitale accumulato con i contributi effettivamente versati più gli interessi maturati sullo stesso: nient’altro. Restituire la rivalutazione per l’inflazione su importi per i quali non c’è stata la contribuzione necessaria è un vero e proprio regalo, un assegno pagato dagli altri contribuenti: per la restituzione di queste cifre, infatti, il governo dovrà necessariamente alzare la pressione fiscale, ridurre la spesa o ulteriormente indebitarsi.

Ai posteri l’ardua pensione.

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