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La serie di incidenti degli ultimi giorni e le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quelle della guida spirituale iraniana, Ali Khamenei, sembrano creare la situazione perfetta per un conflitto, dalle conseguenze imprevedibili. Sebbene a parole entrambi sembrino scongiurare tale ipotesi, la realtà dei fatti dimostra una situazione potenzialmente esplosiva. Dopo le accuse rivolte a Teheran il 12 maggio di aver sabotato al largo del porto di Fujairah, poco fuori lo stretto di Hormuz, 4 imbarcazioni commerciali saudite, la giornata di ieri è risultata particolarmente “infuocata”. Teheran ha annunciato infatti di aver sospeso gli obblighi previsti dall’accordo sul nucleare del 2015 (JPCOA) relativi all’uranio arricchito, precisando tuttavia che se entro 60 giorni si raggiungerà un accordo con i partner tornerà a rispettare i limiti previsti. Dal canto suo Washington ha ordinato l’evacuazione del personale non essenziale dall’ambasciata di Baghdad e del consolato di Erbil. Nelle acque del Golfo Persico si trovano inoltre la portaerei Lincoln e 5 navi da guerra e gli Stati Uniti hanno schierato missili Patriot in Qatar e inviato bombardieri B-52 nella regione.

 

L’elezione di Trump e il riacutizzarsi dello scontro

Già prima di essere eletto alla Casa Bianca, Donald Trump aveva definito l’accordo sul nucleare siglato da Obama come “il peggior piano di sempre”. Il piano per il suo smantellamento è iniziato dopo l’insediamento come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Tra le richieste degli USA all’Iran ci sono oltre all’interruzione di tutti i programmi nucleari e missilistici, il ritiro dei militari dalla Siria, e delle sue “politiche destabilizzanti” in altri scenari quali Afghanistan, Iraq e in generale da tutto il Golfo Persico. Tutto questo in cambio di una nuova rinegoziazione di un nuovo accordo nucleare. Ovviamente questo avrebbe significato una resa incondizionata da parte di Teheran non solo agli USA, ma anche a Israele e Arabia Saudita principali alleati di Trump nella regione.

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Le sanzioni USA

La decisione di Trump di abbandonare l’anno scorso l’accordo sul nucleare, ha fatto nuovamente scattare le sanzioni americane. Dopo le prime due tranche (luglio-agosto, novembre 2018), una terza è stata annunciata pochi giorni fa. Le ripercussioni sull’economia iraniana sono state devastanti. Secondo gli analisti, l’inflazione che nel 2018 aveva toccato un picco del 40% rischia di superare il 50%. Dopo un decollo dell’economia a seguito della firma del trattato con alti incrementi del PIL, a seguito del ritiro americano il colpo si è fatto sentire e in maniera sonora (-3,9% nel solo 2018). Rouhani dovrà riuscire nell’impresa titanica di far quadrare i conti pubblici e mantenere gli imponenti programmi sociali di sostegno alla popolazione che hanno permesso agli ayatollah di rimanere al potere dal 1979.

 

La tensione crescente e i possibili sviluppi

Nonostante le dichiarazioni dei leader dei due paesi a non volere un conflitto aperto, la tensione è palpabile e le condizioni per un conflitto possibili. L’approccio aggressivo di Trump inoltre potrebbe indebolire i moderati iraniani come Hassan Rouhani e rafforzare i falchi iraniani portando a un’escalation di violenza con provocazioni ai vicini del Golfo e attacchi alla presenza USA in Iraq e Afghanistan. Inoltre l’Europa è spaventata dall’atteggiamento di Washington e non ha attivato l’Instex, il meccanismo di commercio alternativo contro le sanzioni statunitensi. Cina e Russia dal canto loro risultano scettiche sulla veridicità delle presunte minacce iraniane rese note dall’America, ma restano a guardare l’evolversi della situazione. La tensione resta alta e sembra che nessuna potenza mondiale riesca a fermare la spirale che sta portando verso un conflitto.

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