Antonio Chiera : “Il Toro sceglie il cuore: Abate e Petrachi per ricostruire l’orgoglio granata”


Il Torino volta pagina e sceglie la via del sentimento e dell’appartenenza. In un momento di massima tensione tra la tifoseria e la presidenza, il patron Urbano Cairo ha dovuto compiere una scelta strategica e d’impatto: affidare la panchina a un allenatore che conosce l’aria, il peso e la storia dell’ambiente granata, mossa indispensabile per placare gli animi di una piazza da troppo tempo sul piede di guerra.

Certamente si tratta di una scommessa, ma di un azzardo calcolato. Al fianco del nuovo tecnico c’è il ritorno del direttore sportivo Gianluca Petrachi: una coppia chiamata a fare di necessità virtù. Se da un lato Abate porta con sé la fame, l’evoluzione tattica e la voglia di emergere.Dall’altro la società dovrà supportarlo in un calciomercato che storicamente non è mai stato il punto di forza del club. Il nuovo Torino riparte da qui: cuore, senso di appartenenza e la scommessa su un tecnico emergente che conosce l’anima del mondo granata.

L’Analisi del giornalista: Quattro Chiacchiere con Antonio Chiera

A fare il punto sul nuovo corso del Torino è Antonio Chiera, giornalista che segue da sempre le vicende del mondo granata.

Ti aspettavi l’arrivo di Ignazio Abate sulla panchina del Torino?

«Assolutamente sì. Abate ha indossato la maglia del Toro, seppur per poco tempo, e questo rappresenta un fattore decisivo in un momento storico in cui la priorità assoluta della società era placare la piazza. Scegliere un ex granata è una mossa strategica per ricostruire un ponte con i tifosi. Inoltre, Abate viene da un’ottima annata alla guida della Juve Stabia, dove ha sfiorato la massima serie esprimendo un gran calcio in un contesto non facile. Nessuno si attendeva un exploit del genere, e questo dimostra il suo valore.»

Come giudichi, quindi, la stagione della Juve Stabia sotto la sua guida?

«Al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Si è vista chiaramente la mano del mister lungo tutto il percorso stagionale. È stato il giusto premio per il lavoro, la dedizione e la crescita professionale di Abate e del suo staff.»

È stato giusto accantonare il progetto D’Aversa dopo così poco tempo?

«Credo di sì. D’Aversa avrebbe forse meritato una conferma per quanto fatto nei suoi mesi di gestione, ma la piazza – pur riconoscendogli i meriti – chiedeva a gran voce una svolta d’identità, un progetto che accendesse i cuori. Abate oggi non può garantire l’esperienza, ma il suo passato in granata lo agevola tantissimo: ha il credito ideale per riportare un po’ di serenità. Ai tifosi del Toro basta poco per esaltarsi e cambiare registro, ma non era più tollerabile vedere la squadra galleggiare stabilmente nei bassofondi della classifica. Era il momento di cambiare radicalmente rotta.»

Cosa serve adesso al Torino per riportare l’entusiasmo tra la gente?

«Abate dovrà osare, soprattutto sul mercato, e sono convinto che lo farà. Cairo cercherà di accontentarlo mantenendo un occhio attento alla sostenibilità finanziaria, ma la vera chiave sarà la valorizzazione dei giovani. Un allenatore più navigato e prudente farebbe fatica a lanciare i ragazzi per timore di rischiare; Abate, al contrario, punterà forte sulla freschezza e sulla fame di chi vuole mettersi in mostra. Dimostrerà che anche con risorse limitate si può fare un calcio coraggioso. Questa può essere la mossa vincente.»

Sulla stagione appena conclusa ti senti di dare un voto? Quali sono le tue considerazioni?

«Il voto complessivo è una sufficienza stiracchiata. In quel clima e con quella rosa era difficile fare meglio. Baroni ha commesso errori imperdonabili per un tecnico della sua esperienza, mettendosi contro una parte dello spogliatoio che poi, inevitabilmente, gli ha voltato le spalle. Non a caso, con l’arrivo di D’Aversa si è visto subito un cambio radicale di atteggiamento da parte di alcuni elementi, che ha permesso di risalire la china e anche di scelte tecniche vincenti. Pesano come macigni alcuni passi falsi clamorosi come la gestione della partita interna contro il Como, che a mio avviso ha segnato la fine psicologica della precedente gestione, anticipando un esonero ormai inevitabile.»

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