Nel calcio moderno, tutto muscoli e dichiarazioni predefinite, la figura di Davide Fontolan appare come un affascinante anacronismo. Fratello d’arte (Silvano, di 11 anni più grande, fu scudettato con il Verona), Davide è stato un calciatore capace di accendere la fantasia dei tifosi con giocate d’alta scuola, ma anche di far discutere per un carattere fumantino e una sincerità spesso tagliente.
L’ascesa nel Grifone e lo schiaffo della discordia
La scintilla scocca a Genova, sponda rossoblù. Dopo essersi fatto le ossa tra Parma e Udine, Fontolan diventa l’idolo del Genoa di fine anni ’80. È lui l’uomo della provvidenza nella promozione in Serie A e il protagonista di un esordio da sogno nel massimo campionato, con gol decisivo al Lecce.
Ma Davide è così: prendere o lasciare. Capace di segnare nel derby della Lanterna e, poco dopo, di finire sotto i riflettori per un incredibile schiaffo rifilato al compagno di squadra Ruotolo durante una lite in campo contro l’Atalanta. Un episodio che descriveva perfettamente l’agonismo elettrico di un giocatore che non accettava compromessi.
Il passaggio all’Inter nell’estate del 1990 doveva essere il definitivo salto di qualità. Invece, il destino gli presenta il conto sotto forma di un gravissimo infortunio ai legamenti durante un’amichevole estiva. Un anno intero ai box, proprio mentre i compagni alzavano la Coppa UEFA.
Fontolan, però, non molla. Resta in nerazzurro fino al 1996, diventando un elemento prezioso della rosa e riuscendo finalmente a vivere da protagonista il trionfo europeo del 1993-94. Memorabile (e spaventoso) fu il suo svenimento in campo durante la finale di ritorno contro il Casino Salisburgo, segno di una dedizione che andava oltre i limiti fisici.
Dopo l’Inter, la nuova giovinezza a Bologna. Sotto le Torri gioca quattro stagioni intense, segnate però da nuovi dissapori, come quelli celebri con il capitano Giancarlo Marocchi. La sua ultima fermata è Cagliari, in Serie B, ma il finale non è da film.
Nella primavera del 2001, con la schiettezza di sempre, Fontolan decide di appendere gli scarpini al chiodo. Non per mancanza di offerte, ma per stanchezza verso un sistema calcio in cui non si riconosceva più.


