“Gomorra 5”, recensione del finale di stagione

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“Gomorra 5” – Piaccia o meno, abbia stufato alla lunga o meno non si può negare che “Gomorra” rappresenti uno spartiacque per la produzione seriale italiana. Stagione dopo stagione è quasi diventata stereotipo di sé stessa, si è concessa sempre più licenze tecniche, macchina a mano e inversioni di rotta nel plot non sempre plausibili. Il tanto atteso finale di serie ha diviso ancora una volta gli spettatori, pur rivelandosi quello più pronosticato da anni. C’è chi lo voleva diverso, chi lo avrebbe anche accettato ma arrivandoci in maniera differente. E c’è chi invece è rimasto soddisfatto che non sia stato nemmeno mostrato il volto di chi mette a segno l’ultimo omicidio, a simboleggiare quanto insignificante venga resa l’esistenza di chi sceglie di diventare un criminale.

“Gomorra 5”, recensione del finale di stagione

Il finale più prevedibile di cui sopra si è materializzato sia per Ciro Di Marzio (Marco D’Amore) e Gennaro Savastano (Salvatore Esposito) che per tutti gli altri personaggi di secondo piano come ‘O Munaciello (Carmine Paternoster), ‘O Maestrale (Mimmo Borrelli), donna Nunzia (Nunzia Schiano) e donna Luciana (Tania Garribba). Ancora non pervenute le forze di polizia, mentre arriva a salvarsi soltanto chi è davvero innocente. Fino alla fine si assiste al marchio di fabbrica dei continui tradimenti e dei repentini cambi di fazione, con i quali i personaggi cercano maldestramente una salvezza ormai impossibile. Proprio il suddetto meccanismo, già visto e rivisto, sottrae però tensione e ritmo a questa resa dei conti.

Agli albori la serie fu apprezzata universalmente per la sua qualità e per aver creato un linguaggio, uno stile visivo e narrativo in qualche modo solo suo. In seguito probabilmente l’errore è stato quello di assecondare troppo il successo popolare, facendo tornare in vita i due protagonisti di questa quinta stagione per i quali era già prevista la morte. Questo ha fatto perdere un po’ di smalto e freschezza al lavoro degli sceneggiatori. Volendo fare come spesso accade un paragone con la serie “Suburra” (il cui finale abbiamo recensito qui) senza l’intenzione di stabilire con esso quale produzione sia la migliore, non possiamo non notare che in quel caso si è scelto di non dilatare artificiosamente i tempi e di seguire il progetto iniziale. Anche lì molto del successo è da attribuire al rapporto di amore e odio tra due protagonisti ben tratteggiati come Aureliano e Spadino; anche lì la criminalità viene rappresentata in fin dei conti come perdente sempre e comunque. E difficilmente eliminabile, sempre pronta a rinnovarsi nei suoi elementi ma immutabile nel destino che riserva per loro.

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