A Venezia, durante la mostra d’arte cinematografica, è stato presentato il film “Sulla mia pelle”, prodotto da Alessio Cremonini e distribuito da Netflix dal 12 Settembre 2018.

In poco più di un’ora vengono ricostruiti gli ultimi 7 giorni di vita di Stefano Cucchi, 31enne di Tor Sapienza morto all’ospedale Pertini di Roma mentre era in custodia cautelare al carcere di Regina Coeli e attendeva il processo per detenzione e spaccio di droga.

La pellicola sincera, composta da scene lente e dialoghi ridotti al minimo indispensabile, è stata riconosciuta come uno strumento potente, capace di fornire al pubblico e alle persone tutto il materiale necessario a sviluppare un’idea obiettiva rispetto alla vicenda di un uomo, che in quanto tossicodipendente, viene torturato, spaventato, isolato e fatto morto dal braccio armato dello Stato.

Il regista e la sceneggiatrice, Lisa Nur Sultan, hanno lavorato a lungo sulle dieci mila pagine di verbali della magistratura, ma Alessandro Borghi, per il ruolo dell’attore principale, ha poi completato lo studio attraverso la raccolta delle poche testimonianze che si potevano trovare di Stefano. Quello che ha dichiarato durante un’intervista di Netflix è che la ricostruzione della vicenda “non costringe nessuno a prendere una posizione, essendo un film che si prende le sue responsabilità”.

Il clamore che ha seguito la prima proiezione a Venezia non è affatto passato inosservato: eventi clandestini in tutta Italia hanno scosso da un lato l’opinione mainstream, che aveva sempre dibattuto sulla morte di un giovane “drogato” piuttosto che delle violenze e delle torture che avvengono nel sistema carcerario italiano; dall’altro lato hanno raccolto numerose persone nelle piazze, in un momento di aggregazione e socialità, dove condividere le sensazioni di angoscia per la rappresaglia contro gli ultimi e per gli abusi in divisa.

Ma il film sul caso Cucchi è riuscito addirittura a dare fastidio su scala nazionale alle forze dell’ordine, evidentemente sentitesi sotto accusa nonostante non vengano mostrate le scene del pestaggio che costò due costole a Stefano e lesioni gravi sul volto. Dal Sindacato dei Carabinieri, al Sindacato della polizia penitenziaria fino al Parlamentare leghista Tonelli – ex presidente del Sindacato Autonomo di Polizia – e al Presidente della Polizia di Stato Maccari, si chiedono spiegazioni sui finanziamenti, rispetto verso la magistratura e delle “scuse”, concependo il film come “un affronto” di basso livello culturale.

Frasi non a caso, rilasciate all’indomani dell’approvazione delle pistole taser, le nuove armi in dotazione alle forze dell’ordine in numerose città d’Italia. In prima fila la Questura di Reggio Emilia, che ha già testato l’arma contro due immigrati, ha affermato che evitando la contenzione fisica, casi di morti per mano della polizia non sarebbero mai avvenuti, dichiarando che “se ci fosse stato il taser Federico Aldrovandi non sarebbe morto”.

Alle giustificazioni della Questura di Reggio rispetto all’uso del taser, è stato Fabio Anselmo a rispondere, avvocato impegnato nei processi di Aldrovandi, Cucchi ed ora in quello di Davide Bifolco (altro ragazzo di soli 16 anni sparato da un carabiniere per non essersi fermato a un ALT sul motorino):

Io dico che Federico sarebbe ancora vivo se ci fosse stata una legge efficace contro la tortura. Altro che taser.

È doveroso evidenziare che “la storia di Stefano sembra essere lo specchietto di alcuni problemi che ci sono in questo paese” come dichiarato da Borghi.

D’altronde, Cucchi è solo il centoquarantottesimo morto nelle carceri dello Stato italiano su una lista che nell’anno 2009 ne contava centosettantadue.

Un film, sulla sua pelle, per vedere come agiscono gli apparati di reclusione, di paura e isolamento, eretti per punire, escludere e condannare; usati per rendere disumani gli uomini; vittime i rivoltosi delle leggi; indifferenti i difensori e i giudici; scandalosi e spietati coloro che si definiscono amanti delle regole e dell’ordine sociale.

Un film da vedere: per capire chi è stato ad uccidere Stefano Cucchi.

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