Dall’età dell’oro a quella del ferro: una storia di decadenza morale


L’essere umano è caratterizzato dalla costante tendenza di essere legato ad una dimensione che è fermamente radicata nel passato e che considera migliore di quelle che l’hanno poi seguita.

Non è affatto insolito sentire, spesso da parte di persone avanti con gli anni ma non solo, elogi verso  quella che definiscono la “loro età“, una fase di vita e di storia a cui i forse sono legati dal punto di vista  sentimentale, ma non solo. Nel tempo la qualità della vita dell’essere umano è cambiata tendendo ad una involuzione radicale che investe al contempo il campo della salute fisica, del benessere piscologico, dell’economia, delle relazioni, di molti altri aspetti.

Questa tendenza, che si configura come una analisi disimpegnata delle circostanze che si sono verificate e che nel tempo sono cambiate, con la conseguente idea di un progressivo peggioramento nel tempo, non è un prodotto unico del nostro tempo. Il mondo greco ha infatti elaborato quello che è forse il più grande mito volto a spiegare il susseguirsi di diverse stagioni dell’esistenza con tutto ciò che ad esse si riferisce.

Le cinque età dell’esistenza umana: dall’oro al ferro

Il racconto in questione si riferisce al mito delle cinque età dell’uomo. È raccontato da Esiodo nella sua “Opere e giorni”, un’opera che si presenta come una sorta di “diario” in cui l’autore, poeta epico, racconta avvenimenti della sua vita che assurgono poi ad una dimensione paradigmatica.

Il mito prevede l’esistenza di cinque fasi della storia dell’uomo: la prima età è presentata come un tempo perfetto, è l’età dell’oro; un momento in cui gli uomini vivono beatamente in totale assenza di fatica e malattie. La terra produce spontaneamente i suoi frutti e non vi è alcun accenno di sofferenza. Gli uomini sono sottoposti alla giurisdizione di Crono.

La seconda età è quella dell’argento. Dato che il presupposto alla base del mito è quello di dare una spiegazione ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vita dell’uomo, l’età dell’argento è necessariamente deteriore rispetto a quella dell’oro. In quest’età gli uomini restano a lungo bambini per divenire poi degli adulti arroganti e ostili verso gli dèi. In questa fase la giurisdizione sugli uomini spetta a Zeus che per vendicarsi della loro ostilità li uccide tutti.

Si prosegue poi con la terza età, quella del bronzo. In questa fase gli uomini si distinguono per la loro forza e aggressione, ed infatti sono totalmente rivolti alla guerra.

Un idillio irripetibile: l’età degli eroi

La quarta fase propone una pausa alla costante involuzione a cui l’umanità è costretta, ed è rappresentata dagli eroi. È il tempo dei cosiddetti eroi puri del mito che lottano per importanti valori morali e per tentare di ristabilire l’ordine, kosmos, in seguito al chaos, sovversione dello stesso provocata dalla guerra. Il tempo degli eroi è come una sorta di ritorno all’età dell’oro; si tratta di un’epoca irripetibile che ha spezzato la catena di negatività restituendo immagini di uomini valorosi ancor prima che potenti. Ci si appella a valori che investono i campi dell’unità familiare, dell’amicizia e dell’amore.

L’ultima età, la quinta, è invece quella peggiore ed è, secondo Esiodo, esattamente quella in cui gli uomini del suo tempo si ritrovano a vivere. È tempo di sofferenza, di dolore e di discordie non solo civili, ma anche familiari (il poeta infatti ricorda la triste contesa con suo fratello).

Quest’epoca è inoltre distinta da un ulteriore elemento di sofferenza: il lavoro. Nella prospettiva esiodea, il lavoro, indispensabile al sostentamento, è ulteriore fonte di disagio, così che l’uomo si trovi nella labirintica condizione di essere condannato in eterno ad un’esistenza che non ha nulla da offrirgli al di là della lacerante consapevolezza dell’immutabilità del presente.

Uno sguardo al futuro: il mito delle cinque età oltre Esiodo

Lo stesso mito viene anche ripreso da Ovidio. Nella trasposizione ovidiana, tuttavia, il mito si presenta con delle differenze sostanziali che sfociano anche in un significato diverso rispetto al mito originario.

Ovidio, infatti, riduce le stagioni da cinque a quattro, eliminando l’età eroica, e caricando le restanti di un valore più marcatamente morale. In Ovidio, del resto, anche la rappresentazione stessa delle scene assume toni diversi in quanto l’attenzione è posta principalmente sul lavoro agricolo che, a differenza di Esiodo, non è lacerante.

Nella trasposizione in lingua latina, inoltre l’età del ferro, sempre presentata come il livello massimo di degrado e rovina del genere umano, porta ad una conseguenza importante: il diluvio universale. Gli dèi, infatti, per punire gli uomini scatenato una terribile tempesta che porta alla sopravvivenza soltanto di due individui: Deucalione e Pirra.

Il mito in questione, seppur in forme diverse, si ripresenta ancora in molti punti della letteratura italiana in un percorso che parte da Dante e Petrarca e che arriva addirittura fino a Leopardi.

 

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