Il carattere oltraggioso delle azioni umane: peccato o hybris?


Quella del divino è una dimensione che, sia in positivo, sia in negativo, in qualche modo accompagna la vita di ogni uomo facendo sì che costui si confronti con azioni, canoni, paradigmi e standard che lo conducono un po’ al di là di ciò che è propriamente umano.

La dimensione divina, definita per falsa etimologia religio da cui deriva l’italiano religione, è da sempre stata impiegata come un correttivo delle azioni umane, un “freno” alle estremizzazioni tipiche dell’uomo, secondo alcuni. Ne è derivato dunque che l’uomo abbia istaurato con questa dimensione diversi tipi di rapporto a seconda del tipo di “religione”, di standard che essa prevede e di interrelazione con la divinità stessa.

Il rapporto con il divino nel mondo cristiano: dalla colpa al peccato

Nel mondo cristiano il rapporto dio-uomo è regolamentato da un meccanismo originale, introdotto proprio dal medesimo credo, che si basa sull’idea della colpa. A sua volta la colpa è scaturita e definita o da un’azione che si classifica come moralmente ingiusta universalmente, o da un’azione che si definisce ingiusta verso la divinità in sé.

L’idea parte dalla base che il credo cristiano prevede una serie di azioni che si identificano non solo come moralmente ingiuste, bensì come offesa all’entità divina in quanto tale, cosa che porta al concetto di peccato.

Il termine, sconosciuto al mondo classico in senso religioso, era invece conosciuto nella sua accezione laica. Esso deriva infatti dal latino peccare il cui significato rimanda all’idea di sbagliare, nel senso di commettere un passo falso, cadere in errore che, in senso morale e religioso, è l’esatta definizione di ciò che la religione cristiana definisce peccato, cioè un’azione che non solo è sbagliata in sé, ma che lo diviene ancor di più in quanto si presenta anche come offesa alla divinità.

Questa stessa idea di offesa al mondo divino, presente anche nel mondo classico, era tuttavia declinata diversamente. Il discrimine che nel mondo classico definiva un’azione empia (dunque scorretta verso gli dèi) non era tanto la scorrettezza morale dell’azione in sé, quanto il fatto di restare al di qua o al di là dei limiti imposti dal divino all’uomo; dunque, quanto gli uomini pecchino di ciò che viene definito in greco hybris.

Il termine, che in italiano si traduce con tracotanza, identifica proprio la tendenza, tipicamente umana, a voler oltrepassare la natura finita e mortale dell’individuo per invadere quella divina. Ovviamente è chiaro che il concetto di hybris possa adattarsi unicamente ad un pantheon che prevede divinità imperfette e capricciose dal punto di vista morale, concetto che esula dal paradigma religioso cristiano in cui la divinità è tale in quanto non manca di nulla, di conseguenza non subisce le stesse passioni di cui è vittima l’essere umano.

Il mondo greco è pieno di miti e storie che narrano il complesso rapporto che l’uomo istaura con il divino basti pensare al mito di Edipo, ad Aiace, o ancora al celeberrimo mito di Icaro. Tra questi ve ne sono alcuni, tuttavia, meno conosciuti, ma altrettanto potenti.

Un esempio di hybris: il mito di Aracne

Il mito di Aracne, antico mito greco fissato nella sua forma conosciuta da Ovidio, ricorda la storia della ninfa di nome Aracne resa famosa dalla sua abilità nella tessitura. Chiunque la vedesse all’opera, infatti credeva che fosse stata istruita dalla dea Atena in persona, ma la fanciulla respingeva questa idea dichiarandosi addirittura superiore alla dea.

Il prosieguo della storia vede l’incontro della giovane fanciulla con un’anziana signora, travestimento di Atena, che la ammoniva esortandola al rispetto e alla benevolenza verso gli dèi. La ninfa dal canto suo, insistendo sulla sua idea osò sfidare la vecchia, dunque la dea, ad una gara di tessitura.

La tela di Atena, in ammonizione al comportamento della ninfa, recava le punizioni inflitte a chi osava oltraggiare gli dèi; quella di Aracne, tecnicamente impeccabile, recava invece gli inganni amorosi di Zeus come immagine delle debolezze a cui anche le divinità erano costrette.

L’oltraggio della giovane fece sì che la dea, irritatasi, la colpisse al punto tale che Aracne, spaventatasi, tentò di uccidersi, ma la dea Atena, avendone avuta pietà, la tramutò in ragno così da essere costretta a tessere la sua tela in eterno.

Il mito, come molti altri, ha anche un valore eziologico in quanto spiegherebbe l’origine del termine aracnide” come classe di animali, tra cui è compreso il ragno stesso. Il nome stesso della ninfa, del resto, deriva dal greco ἀράχνη (aráchnē) che significa esattamente ragno.

Tra hybris e peccato: il rapporto con il divino ieri ed oggi

Il mito, dunque, ben mostra come il comportamento dell’uomo, positivo o negativo che sia, comprometta in qualche modo la vita stessa dell’individuo. La hybris, infatti, è ciò che determina una qualche punizione divina la cui attuazione inevitabilmente porta alla compromissione della vita umana.

Allo stesso modo, ma declinato sul piano morale, anche il peccato è l’elemento che fa scaturire una “punizione” la cui efficacia è data dal fatto che il suo carattere deterrente non punta su di una condanna che si esplica nell’immediatezza, quanto nella prospettiva di lunga durata incidendo sulla più vessata e viziata delle dimensioni che più rendono l’essere umano vulnerabile: la morte.

 

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