Nelle varie forme che esso assume: dialogo, dibattito, discussione, la pratica del dialogo è qualcosa di fondamentale per la vita umana. Ciascuna di queste forme condivide con le altre l’obiettivo di manifestarsi all’altro, di renderlo un po’ partecipe di ciò che si è.
Il dialogo, che nel tempo si è affermato sempre di più come pratica terapeutica, pratica di persuasione, nonché di diplomazia, si configura come lo strumento più liberatorio che l’uomo ha a propria disposizione.
Molteplici potrebbero essere gli esempi da citare al fine di dimostrare la veridicità di tale assunto: dall’impiego del dialogo come mezzo filosofico, all’impiego dello stesso come pratica terapeutica nei campi di psicologia e psicoterapia.
Restando all’interno di un ambito prettamente letterario, moltissimi sono i casi in cui protagonisti (e non solo) di intere opere si abbandonano a colloqui, a dialoghi con l’altro il cui unico scopo non è che quello di parlare di sé, di far chiarezza nella confusione di un’anima che ha più da scoprirsi che da scoprire.
Da Leucotea a “Leucò”
Al di là di tutto ciò vi è stato chi, nella storia della letteratura italiana, ha fatto del dialogo la più alta esternazione del destino e della natura umana. L’autore è Cesare Pavese, l’opera, “I dialoghi con Leucò”.
Leucò, diminutivo affettuoso per Leucotea, rintraccia l’origine della sua storia nell’universo mitico del mondo greco. In origine ella era una donna mortale, Ino, figlia di Cadmo e moglie di Atamante. La donna, dopo aver allevato e nutrito Dioniso, nato dall’adultero legame tra Zeus e Semele, viene punita dalla furia della dea Era. Quest’ultima per vendicarsi, scatena la follia nella mente di Atamante così che egli non fosse più in grado di distinguere il falso dal vero.
Così un giorno, durante un’immaginaria battuta di caccia, scambiandolo per un animale selvatico, uccide suo figlio. Ma Atamante non è l’unico ad essere preda della folle vendetta di Era: questa volta tocca ad Ino. Devastata per la perdita del figlio e dalla consapevolezza del fatto che ormai nessun luogo fosse sicuro, prende, il piccolo Melicerte (suo altro figlio) tra le braccia e stringendolo forte si getta in mare.
Da Ino a Leucotea: la storia di una donna sofferente
Per questo gesto gli dèi decidono di trasformarla in qualcosa di diverso: Leucotea. Il nome significa “dea bianca” e rappresenta la divinità del mare calmo. Ella compare anche in Omero che la definisce “un tempo mortale”: siamo nel V canto dell’Odissea in seguito al naufragio di Odisseo che ha lasciato l’isola di Calipso.
La dea compare dall’acqua come un gabbiano fornendo all’eroe ciò che gli serviva per non sprofondare: un velo. È peculiare come ella non plachi la furia delle onde, come non conduca Odisseo al riparo definitivo da tutte le sue peripezie, ma semplicemente gli fornisca quello strumento, apparentemente fragile e sottile, capace di trasformare la sua condizione.
Il valore paradigmatico del dolore: dal mito greco alla letteratura italiana
È esattamente questo aspetto, quello “curativo” ma non risolutivo, che Pavese trasporta nella sua opera attraverso il nome della dea. Leucò diviene interlocutore delle divinità. Ella non conferisce risposte né soluzioni, ma semplicemente ascolta. Il suo compito è tanto liminale quanto fondamentale: nei dialoghi la ninfa è semplicemente presente all’ascolto di quanti sono disposti a raccontare la propria storia, di quanti la rendono partecipe della stessa.
Leucò diviene immagine dell’esperienza umana che, attraverso la sperimentazione del dolore che in Pavese assume valore autobiografico, conduce a riflessioni di carattere paradigmatico sul senso della vita e dell’esistenza umana. I personaggi si interrogano sulle tematiche più varie: amore, morte, vita, eternità rapportandole alle proprie esperienze di vita con un elemento che resta constate nonostante le diverse situazioni: il dolore.
La dimensione del dolore è onnipresente, come lo è per l’autore stesso che affida alle voci del mito le sue sofferenze. È qui che entra in gioco il dialogo: uno scambio, una confessione, una rivelazione di ciò che è stato e che inevitabilmente non potrà essere ancora una volta.


