La stagione invernale e la mancanza di una parte di sé: il mito di Persefone e Demetra


Chi può dire cosa accade all’intelletto umano al momento del passaggio dalla stagione estiva carica di sole, allentamento di tensioni e doveri, a quella invernale che porta con sé aspettative, mansioni da svolgere ed incombenze da sbrigare.

È più che frequente, infatti, l’associazione dei periodi dell’anno alle attività che più li caratterizzano; è così infatti che mentre l’estate e la primavera divengono immagini di sollievo, speranze e libertà, al contrario inverno ed autunno sono considerate come stagioni negative in cui non è solo il corpo a doversi riadattare a schemi e ritmi che non gli sono propri, ma anche l’anima.

I tardi pomeriggi di fine estate, del resto, portano con sé un ché di sofferente assolutamente sottile, ma al tempo stesso pervasivo: il sole non brucia più alla stessa intensità, le spiagge si svuotano, ed il cielo perde il suo colore terso ed immacolato per far spazio ad un grigiore che è una sorta di avvertimento che ci ricorda che qualcosa sta per cambiare ancora.

Questo cambiamento, che investe intensamente la psiche e l’animo dell’individuo, era ben noto anche nel mondo greco. È lì infatti che si è originato il celeberrimo mito di Persefone. Si tratta di un mito eziologico il cui scopo era fornire spiegazione a fenomeni che non potevano essere spiegati diversamente, in questo caso l’alternarsi delle stagioni. Si tratta della sofferenza di una madre, Demetra, e del percorso conoscitivo di una fanciulla, Persefone.

Demetra e Persefone: una storia che rivive in ogni stagione

Il mito racconta che un giorno Persefone, figlia di Demetra dea delle messi e della fertilità, mentre raccoglieva nei campi un giglio, viene rapita da Ade, dio dell’oltretomba che se ne impossessa rendendola sua sposa nel regno dei morti.

Demetra, avendo perso sua figlia, e cercandola disperatamente ovunque, si allontana dai campi generando così sterilità e secchezza. I campi non erano più rigogliosi, mancavano i raccolti, mancavano i fiori; in poche parole, mancava la vita, rappresentata dalla figlia Persefone, quella vita che lei stessa aveva dato alla luce e che giorno dopo giorno si rallegrava di veder crescere e fiorire.

Data la condizione di estrema necessità, Zeus interviene ordinando ad Ade di restituire Persefone alla madre così da porre fine alla sua sofferenza, e allo stesso tempo, alla carestia dilagante.

Ma le cose non sono così facili: Persefone nell’Ade, secondo alcune versioni del mito volontariamente, aveva mangiato il melograno, cibo dei defunti che una volta ingerito, non rendeva più possibile lasciare definitivamente il regno ultraterreno.

Stando così le cose, per porre fine alla triste condizione di Demetra, e dunque anche a quella degli uomini che così riottenevano campi fertili e messi, fu pattuito che Persefone non avrebbe dimorato per l’intero anno con Ade negli inferi, ma che sarebbe rimasta lì soltanto per metà anno, mentre avrebbe trascorso l’altra metà sulla terra con Demetra.

Implicazioni psicologiche del mito: alcune interpretazioni

Il mito di Demetra e Persefone è stato variamente spiegato: secondo alcune interpretazioni esso rappresenterebbe il passaggio obbligato, presente nella vita di ogni adolescente, dall’età infantile a quella adulta. In quest’ottica l’allontanamento dalla madre e la reclusione della fanciulla nell’oscurità costituirebbe ciò che, nell’ambito della filosofia hegeliana, si definisce momento negativo razionale, cioè un momento oggettivamente negativo, di assenza di perfezione, ma funzionale, perciò inevitabile, alla restaurazione della stessa.

Secondo altre interpretazioni, il mito rappresenterebbe invece, oltre alla spiegazione dell’alternarsi delle stagioni che è quella più conosciuta, il passaggio ciclico tra vita e morte nella prospettiva per cui la morte non si configura come fine di qualcosa, ma solo come trasformazione in qualcos’altro.

Persefone, infatti, una volta discesa agli inferi, non muore definitivamente, ma ritorna, torna cambiata e tale cambiamento investe di volta in volta tutto il mondo che allo stesso ritmo subisce il cambio delle stagioni.

L’interpretazione secondo il pensiero di Carl Gustav Jung

Ma c’è un’interpretazione in particolare che suscita un singolare interesse, si tratta della visione del mito attraverso la prospettiva del filosofo Carl Gustav Jung. Secondo questa interpretazione la discesa di Persefone agli inferi, e dunque la tristezza di Demetra, rappresentano una sorta di inverno spirituale, cioè un momento in cui le forze vitali si ritraggono e allo stesso tempo calano intraprendenza e voglia di agire.

In quest’ottica il passaggio per l’ombra, l’inverno, diviene momento necessario che prepara alla rinascita, cioè al ritorno di Persefone e con essa di una nuova stagione di fioritura e vita, dunque ciò che definiamo essere primavera.

L’inverno come mancanza di qualcosa: alcune riflessioni

Il mito, al di là delle interpretazioni che nel corso del tempo hanno maggiormente fornito spiegazioni e contestualizzazioni, potrebbe anche farsi portavoce di una sensibilità ancora più profonda.

Così come il cambiamento della stagione nel racconto mitico è dovuto alla mancanza di qualcosa, al rapimento di Persefone infatti, e poi al suo ritorno, allo stesso modo il cambiamento in negativo di disposizione d’animo che l’individuo subisce con il soggiungere dell’inverno a sua volta indica che, forse, così come a Demetra, anche a noi questa stagione sottrae qualcosa.

Che si tratti di spensieratezza, di semplice sollievo dovuto all’assenza di climi freddi e di pioggia, l’inverno forse ci priva di quell’unica versione di noi stessi in cui ancora sopravvivono ideali di speranza, libertà e fertilità emotiva.

In un contesto ed in una società in cui si è costantemente messi alla prova, giudicati ed in cui viene chiesto di performare sempre e comunque, la stagione estiva ci offre la possibilità di vivere, temporaneamente e per questo ancor più intensamente, in uno spazio di tempo in cui ci è concesso di essere altro rispetto a ciò che dovremmo essere, dunque di essere pienamente noi.

 

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