Lacrime divine per un’esistenza mortale: il mito di Eos


 

Nel mondo greco la luce mattutina che si irradia illuminando le tenebre della notte porta un nome ben preciso: Eos (Aurora) la “dea dalle dita rosate”. È lei che da inizio al giorno, è lei che Omero ha posto come apertura del celeberrimo VIII canto dell’Odissea.

Madre dei venti e figlia del Titano Iperione, Eos è ricordata per essere seconda in bellezza solo ad Afrodite e per aver scritto la sua storia intrecciandola con una miriade di uomini divini e uomini mortali. Come moglie di Astreo genera i venti Borea, Noto, Apeliote e Zefiro.

Eos, la dea dagli amori mortali

Nel tempo però la sua bellezza non resta indifferente a Zeus, al gigante Orione, né tantomeno ad Ares. La loro unione, tuttavia, non sfuggì alle pene della dea dell’amore che, presa dalla gelosia, condanna Eos ad innamorarsi costantemente di uomini mortali.

Il danno? Essere costretti, per opera di un impulso automatico ma involontario, a concentrare un’anima eterna e capace di tutto nella breve ed effimera esistenza di un essere destinato a dover contare i suoi giorni sulla Terra.

La dea finisce così per struggersi di passioni furiose e devastanti che inevitabilmente hanno un’ora di scadenza. Afrodite, rivelando così l’aspetto più violento e punitivo dell’impulso amoroso, ha realizzato la regina di tutte le punizioni: essere costretti ad inseguire ciò che le è estraneo per natura. Da qui la sofferenza è conseguenza obbligata.

Vita eterna: salvezza imperitura o eterna dannazione?

Cosa fare dunque? Eos, invaghitasi di Titone, lo porta con sé in un palazzo in Etiopia, ma recluderlo non era un piano funzionale. Ciò che le serviva questa volta era trovare un modo affinché il suo amore non soccombesse alle pene della natura mortale.

Decide così di rivolgersi a Zeus chiedendo che Titone avesse una vita eterna. Tuttavia, gli inganni dell’ingannevole e vendicativa Afrodite non sono così semplici da aggirare. Eos, infatti, nel chiedere che Titone divenga immortale, non specifica in quale stagione della sua vita avrebbe dovuto iniziare a vivere al di fuori dal tempo. condannandolo così ad una vecchiaia eterna.

Alla fine, la dea, non tollerando più le sofferenze ed i lamenti dell’uomo ormai sofferente, lo rinchiude in una grotta. Cosa le resta di tutto questo? I loro due figli: Memnone ed Ematione.

L’inganno in fondo all’amore: Cefalo e Procri

La storia di Eos, però non si arresta. La dea, ancora vittima del sortilegio di Afrodite, finisce per innamorarsi di Cefalo. Il giovane sedotto, amando perdutamente sua moglie Procri, la rifiuta. La dea però insinuando che fosse proprio a lei a tradirlo, con un sotterfugio fa in modo che Cefalo si conceda a lei.

Cefalo e Procri dopo essersi lasciati, si reincontrano a distanza di tempo e ristabiliscono il loro amore, ma neanche questa volta i potenti mezzi di Eos li risparmieranno. Durante una battuta di caccia, infatti, Cefalo per errore colpisce Procri ferendola a morte.

Ma se Dio ti ha fatta bella come un ramo di ciliegio/ tu non puoi amare un tarlo/tu commetti un sacrilegio (Masini, M. (1995). Bella stronza. In Il cielo della vergine [CD]. Dischi Ricordi).

Come recita il testo e come il mito ben dimostra, inseguire qualcosa che non ci appartiene è sempre un sacrilegio: non si può costringere l’eterno in un istante, così come non ci si può illudere di cambiare ciò che per natura non si addice a qualche altra cosa. Il destino degli uomini mortali è avverso e ricco di insidie: non si sa mai qual è l’errore fin quando non ci si è già totalmente calati.

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