Rinunciare alla vista per vedere oltre. Dall’indovino all’empio: il caso di Tiresia


Il rapporto che l’uomo ha con il tempo lo pone nella  condizione scomoda, nonché incontrovertibile, di dover sottostare ad un meccanismo contro il quale non può essere escogitato nulla che restituisca all’individuo una parte di sovranità su quest’entità tanto presente quanto inconoscibile.

Essa si presenta come ineffabile, invisibile ma onnipresente. Vari sono stati i tentativi che l’uomo ha fatto per tentare di appropriarsene seppur in minima parte. In molti casi, come nei miti greci, il tempo è divenuto personificazione e, attraverso questa, è stato reso dio dall’immaginario di un popolo che non aveva mezzi né per spiegarlo, né tantomeno per rappresentarlo.

Ancora più numerose sono state le definizioni e le speculazioni filosofiche portate avanti sul senso del tempo, su quanto ne è concesso all’essere umano e su come quest’ultimo possa dominarlo.

Tra le più celebri, si ricorda l’intera opera dedicata dal poeta e filosofo Seneca alla questione del tempo che, sollevando un interrogativo di fondamentale importanza, ci ricorda che non è tanto la quantità di tempo che si ha a disposizione a rendere un’esistenza gloriosa o effimera, quanto il modo in cui questo stesso tempo è impiegato.

Sconfiggere il tempo per dominarlo

Il mondo greco antico, che ha fatto di questo interrogativo la cifra della propria letteratura, ha dimostrato che se essere assoggettati al tempo è requisito imprescindibile per ogni creatura umana, seppur eroica, anticiparlo è invece un privilegio che, seppur raramente, può essere concesso.

Sulla base di questo assunto si può constatare come la tradizione mitica greca ben conosca figure di individui che, per i più svariati motivi, hanno ottenuto dalle divinità la possibilità di “vedere oltre”. Il senso del “vedere oltre” che si ritrova nelle figure mantiche dei miti greci, non consiste soltanto nel vedere ciò che agli altri è precluso, ma si riferisce a qualcosa di ancor più profondo.

L’indovino, in greco manthis, più celebre che il mondo greco abbia consegnato ai posteri è Tiresia. La sua fama è legata principalmente ai poemi omerici, ma non solo. La sua storia, come quella di molte altre figure a lui affini, parte da un presupposto: la cecità, ma come è passato da cieco ad indovino?

Il destino di Tiresia, secondo il racconto di Ovidio nelle Metamorfosi, è segnato da numerose trasformazioni in seguito a ciascuna delle quali, in maniera singolare, l’uomo mantiene la propria coscienza così che, al termine delle varie trasformazioni, egli conosca per esperienza cose da nessun altro conosciute.

Dall’uomo alla donna…all’uomo: un processo di iniziazione

Secondo una delle versioni del mito, Tiresia, vedendo una coppia di serpenti nell’atto dell’accoppiamento, li separa (secondo un’altra tradizione del mito invece li colpisce). Data la connotazione sacra affidata al serpente nel mondo greco antico, Tiresia per punizione subisce una metamorfosi che lo tramuta in donna per sette anni.

Dopo sette anni, Tiresia, incontrando nuovamente una coppia di serpenti, secondo una delle versioni del mito, avrebbe ripetuto il gesto al contrario, cosa che gli avrebbe concesso di riacquistare la sua condizione di essere umano di sesso maschile. Ma l’iniziazione di Tiresia attraverso metamorfosi ed incontri che prescindono dall’umano non finisce qui.

La cecità come la facoltà di “vedere oltre”

Al personaggio di Tiresia è legato anche il mito della disputa tra Zeus ed Era. L’oggetto della contesa era stabilire chi tra l’uomo e la donna provasse più piacere durante l’atto sessuale, così le due divinità si rivolgono all’unico che, avendo sperimentato entrambe le condizioni, avrebbe potuto fornire la risposta più certa. Tiresia, asserendo che a provare maggior piacere fosse la donna, si attira l’ostilità di Era, la quale lo rende cieco.

Il gesto folle della dea accecata dalla rabbia viene controbilanciato da un intervento di Zeus. Il dio, non potendo annullare il sortilegio della donna, gli concede, seppur cieco, di vedere ciò che a nessun altro è concesso conferendogli il dono della profezia.

È così che la figura dell’indovino, cieco nella maggior parte dei casi, diviene topica nello scenario mitico greco. L’importanza della mantica assume un livello tale che viene impiegata in diversi ambiti della vita quotidiana: da quello religioso, a quello bellico, a quello letterario.

Tiresia e l’ultima metamorfosi: da indovino ad empio. La collocazione di Dante nel XX dell’Inferno

La fama della figura di Tiresia non si arresta al mondo antico, egli infatti ricompare nella Commedia dantesca nel XX canto dell’Inferno annoverato tra gli indovini e i maghi puniti dalla religione cristiana per aver infranto la prospettiva finalistica connaturata a tale religione con la pretesa di guardare al di là di quanto gli fosse stato concesso.

Mutate le condizioni, dunque, guardare oltre non è più un dono, bensì una colpa, motivo per cui la punizione inflittagli da Dante per contrappasso è quella di essere obbligato ad avere la testa al contrario, immagine simbolica di poter solo guardare al passato, mentre in vita è stato rivolto soltanto al futuro.

Tra passato e futuro: uno sguardo al presente

La reinterpretazione simbolica dell’indovino nella prospettiva dantesca è esemplificazione di un’ulteriore considerazione che può essere avanzata sul concetto di tempo: la natura finita ed imperfetta del genere umano rivela che l’umana realizzazione può verificarsi in quell’unica dimensione in cui l’individuo stesso esiste, dunque in quella presente.

 

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