Cosa accadrebbe se un desiderio d’amore sfrenato e di impossibile realizzazione si concretizzasse attraverso espedienti divini, per certi versi mistici, che tuttavia ridurrebbero l’individuo amato ad una condizione di eterna immobilità sia fisica, sia sentimentale.
Rinunciare all’oggetto del proprio amore è quanto di più doloroso l’essere umano possa mai sperimentare nel corso della propria vita, quasi come una particolarissima forma di morte interiore che priva l’individuo delle proprie facoltà percettive. Un esempio di questa condizione è raccontato dal mito greco di Selene ed Endimione, una storia che parla di un grande amore, ma anche di una grandissima forma di possesso.
Endimione e Selene: un amore che ancora aspetta di essere vissuto
Selene, dea Luna, ogni notte percorreva il cielo per illuminarlo con la sua luce, ma in una precisa notte, percorrendo il suo solito tragitto, scorge Endimione, un uomo mortale, un pastore che dormiva sulle colline della Licia (secondo un’altra versione del mito il pastore era di origine Etolica) la cui bellezza la lascia senza fiato.
Selene, consapevole del carattere puramente transitorio di quella bellezza destinata prima o poi a sfiorire, lacerata dalla passione, chiede a Zeus qualcosa di assurdo. La sua richiesta, approvata dal dio, è di far sprofondare il giovane Endimione in un sonno eterno.
Lo scopo della richiesta di Selene era quello di sottrarre il giovane amato al decadimento di quanti sono sottoposti allo scorrere del tempo. Con il suo desiderio la dea relega Endimione ad una esistenza che si protrae soltanto a metà: egli, infatti, resterà per sempre giovane, ma non essendo un dio, l’unico modo in cui ciò può verificarsi è a patto che dorma per sempre.
Da quel momento, ogni notte la dea osservandolo si bea della disarmante bellezza del giovane istaurando con lo stesso una relazione che non può che essere meramente unilaterale ed incompleta.
Selene, infatti, nel pieno delle sue facoltà, è l’unica ad essere conscia di quanto accade, ciò nonostante, anche la sua condizione è assolutamente limitata e sospesa tra due dimensioni, vita e morte, che non sono assolutamente conciliabili, e questa storia, del resto, ne è la prova assoluta.
L’amore che rende liberi e mai schiavi
È chiaro che quanto raccontato da questa storia possa iscriversi soltanto in un contesto, diverso da quello odierno, in cui non sono considerate implicazioni morali, né giuridiche.
Sarebbe infatti anche vano chiedersi se fosse giusto condannare e relegare l’oggetto del proprio amore ad una condizione anche soltanto un po’ diversa da quella che gli è più propria.
L’amore, oggi più che mai, deve configurarsi come libertà di essere, di scegliere, di diventare e anche, se si deve di lasciar andare, nella prospettiva in cui deve render libero, ma mai relegare.


