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Lo spettacolo ’Toni Servillo legge Napoli’ andato in scena dal 23 al 25 febbraio al Teatro Trianon ha riempito la sala per ogni giorno della rappresentazione.

Il mattatore delle tre serate ha proposto un viaggio nell’aldilà, partendo dal Paradiso, passando per il Purgatorio e terminando con l’Inferno, il tutto attraverso letture ed interpretazioni di autori partenopei, di sua scelta.

Una scelta ponderata, sottile, nell’incastrare mosaici fatti in tasselli di parole che arricchiscono il grande quadro della cultura napoletana, quella invidiata e talvolta vilipesa da chi non riesce a farsi capace che da questa terra sudata ed accaldata si possano tirar fuori concetti e pensieri di rara bellezza.

Per questo spettacolo la scenografia è condensata in una sedia ed un leggio, ma il palco era pregno di parole che trasudano di Napoli, estratte, masticate, rigurgitate in forma purissima dall’artista.

Servillo nel presentare la performance attraverso i media aveva spiegato: ‘Ho scelto questi testi perché ne emerge una lingua viva nel tempo, materna ed esperienziale, che fa diventare le battute espressione, gesto, corpo’.

Queste parole sono state solo la punta di un iceberg interpretativo che trova riscontro in quelle di presentazione sulla scena del Trianon: ‘Oltre la lingua il filo rosso che attraversa e unisce la serata è il rapporto speciale, caratteristico di tantissima letteratura napoletana, con la morte e con l’aldilà, il commercio intenso e frequente con le anime dei defunti, i santi del paradiso e Dio stesso’.

Settanta minuti nei quali Servillo ha declamato attraverso le parole di Salvatore Di Giacomo ( Lassamme fa a Dio – ‘A mappata), Ferdinando Russo ( A’ Madonna de mandarini  e l’altro ‘E sfogliatelle) , Eduardo De Filippo (Vincenzo De Pretore), un Paradiso non sempre perfettibile, dove anche gli Angeli vengono ‘nzerrati se non fanno il proprio dovere. Come lo stralcio ‘A Madonna de’ mandarini tratto dal poema ‘Paradiso’ di Ferdinando Russo, lo stesso stralcio che Servillo ha accennato nel film ‘Le confessioni’ di Roberto D’Andò, con il suo personaggio, il monaco Roberto Salus.

Nella discesa verso l’abisso, l’attore declama due lavori inediti e composti per la circostanza. Sono ‘O vecchio sott’o ponte di Maurizio De Giovanni, a raccontare l’inumano dolore per la perdita di un figlio, e Sogno napoletano di Giuseppe Montesano, in cui è dichiarata la dimensione onirica di una apocalisse che lascia il passo ad un salvifico ed auspicato risveglio delle coscienze.

Inseriti anche i nuovi drammaturghi entrati nella letteratura per il loro modo crudo e graffiante di raccontare la vita di Napoli. Mimmo Borrelli con ‘A sciaveca una variazione sulla blasfemia, che Servillo declama tutto d’un fiato, come fa anche per il pezzo di Enzo Moscato ‘Litoranea’, un vomito di immagini lasciate alla voce dei ragazzi nudi sulla litoranea, un inferno descritto dall’autore, talvolta denominato il creolo-napoletano per la sua carnalità.

La Napule di Mimmo Borrelli, presentata come una cantilena lunghissima di circa 5,38 minuti, con le mille declinazioni di questa città, la cui conclusione poteva essere solo Napule d’ammore!

Davvero particolare l’omaggio a Totò con ‘A livella, una veloce quasi velocissima declamazione con un Duca dall’accento Milanese, che ha divertito il pubblico presente, al cui termine l’artista non manca di sottolineare la grandezza di questo artista che seppur ha fatto tanto ridere, disquisiva della morte con grazia.

Anche se con Totò solitamente si conclude la performance, nell’ultima sera Toni Servillo ha voluto saltare a piè pari la richiamata in scena, continuando con due brani di Eduardo ( Nfunno )  e l’altro di Viviani (Primitivamente), concludendo con l’omaggio alla canzone napoletana con una deliziosa  ‘A casciaforte ( di Mangione-Valente).

Non poteva mancare una dedica misteriosa, con la poesia di Eduardo De Filippo ‘Ca si fosse’, dove si cerca l’artefice, la mano di colui che scrive nel libro del destino.

Un saluto così intenso che può essere graditissimo, dopo tanta emozione e per qualcuno qualche lacrima.

Grazie Servillo.

 

Fonte foto di copertina : Pasquale Fabrizio Amodeo

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