Giovanni Taranto: “Il noir toglie l’ossigeno all’omertà e all’indifferenza” (Intervista)


Il Premio Campania Europea 2026, conferito a Giovanni Taranto per il valore letterario e civile del romanzo La chianca, rappresenta l’ennesimo riconoscimento a un autore che ha trasformato il noir vesuviano in uno strumento di riflessione, denuncia e impegno sociale.

Dopo questo ennesimo traguardo, il Premio Elsa Morante e l’acquisizione da parte delle Università di Harvard e Princeton, abbiamo incontrato lo scrittore oplontino per parlare del significato dei riconoscimenti finora ottenuti, del percorso della saga del Capitano Giulio Mariani e delle nuove sfide narrative che lo attendono, tra il tour nazionale del romanzo e la scrittura dei prossimi capitoli.

  • La chianca è entrato nei cataloghi delle Università di Harvard e Princeton, seguendo il percorso già compiuto dai precedenti romanzi della saga. Che effetto ti fa sapere che una storia profondamente radicata nel territorio vesuviano viene oggi studiata nelle più prestigiose università del mondo?

Quando per la prima volta un’indagine del Capitano Mariani è arrivata in quelle biblioteche così prestigiose, mi ha sorpreso e reso orgoglioso. Ora che tutti e quattro i romanzi pubblicati da Avagliano – compresi “Requiem sull’ottava nota” e “Mala fede” – sono su quegli scaffali, sono felice. Non solo perché questo offre la possibilità che vengano compresi i temi legati alla presenza del crimine nelle nostre terre, ma anche – e forse soprattutto – per il fatto che la nostra realtà, la nostra cultura, i nostri costumi, la nostra filosofia di vita siano giunti all’attenzione di una platea così importante e siano oggetto di consultazione e studio.

Presentazione del libro "La Chianca" di Giovanni Taranto
Presentazione del libro “La Chianca” di Giovanni Taranto
  • I tuoi romanzi raccontano il Vesuvio, ma parlano di temi universali. È questo, a tuo giudizio, il segreto che permette a una storia così locale di superare ogni confine geografico?

Credo che quello che riesca a raggiungere davvero i lettori di qualsiasi parte del mondo (fin dal primo romanzo, il Capitano ha ricevuto recensioni ovunque, perfino in Australia…) sia soprattutto l’umanità dei protagonisti. E anche quella degli antagonisti. E per umanità intendo i moti veri dell’animo, sia positivi che negativi. Dalle pagine delle indagini del Capitano, emergono le pulsioni reali dell’essere umano. E poi, certo, i temi che tratto sono quelli che toccano le corde di ognuno: giustizia, amore, rabbia, paura, desiderio, passioni, mistero, intrigo, e molti altri. Tutte cose che non hanno frontiere.

  • Con La chianca hai ricevuto anche il prestigioso Premio Elsa Morante 2026, sezione “Nisida”. Quanto ha significato per te e per il Capitano Mariani questo importante riconoscimento?

È stato il riconoscimento del valore dei miei scritti in quanto “romanzo” e non meramente come “giallo” o “noir”. Ha significato veder apprezzata la mia opera non come espressione di un genere a torto considerato “secondario”, ma come espressione letteraria, senza categorizzazioni. Del resto vedere un proprio romanzo premiato da una giuria tanto qualificata, presieduta da Dacia Maraini, è una cosa che fa sognare chiunque metta le mani su una tastiera. E sono particolarmente felice di una cosa molto significativa che la grande scrittrice disse sul palco durante la premiazione: “Questo romanzo, in fondo, contiene anche un giallo”.

Giovanni Taranto
Premo Elsa Morante 2026 Sezione “Nisida” a Giovanni Taranto

La chianca, l’immagine cruda di un commercio e di un traffico, qualcosa di cui non si percepisce appieno la violenza e la natura disumana 

  • Il titolo La chianca, “La macelleria”, è già di per sé uno schiaffo al lettore. Quando hai scelto questo titolo, cosa c’era nelle tue intenzioni? Preparare il lettore alla durezza della storia e/o lanciare un atto d’accusa contro una società che troppo spesso distoglie lo sguardo e/o dare un’impronta territoriale maggiore?

Volevo riassumere in un termine unico la brutalità del mercato della carne umana. Volevo far apparire nella mente del lettore l’immagine cruda di un commercio e di un traffico – in questo caso quello delle donne provenienti dall’Est europeo – che sono troppo spesso considerati come qualcosa di marginale, secondario. Qualcosa di cui non si percepisce appieno la violenza e la natura disumana. C’è un universo intero di sopraffazione, sangue e terrore dietro quel business.

  • Nel romanzo racconti la tratta delle giovani donne e lo sfruttamento sessuale con grande realismo. Quanto lavoro di documentazione c’è stato dietro questa storia?

Come giornalista di nera e investigativa mi sono occupato spesso di quei temi negli ultimi quarant’anni. E, come dicevo, si tratta di un business dalle cifre stratosferiche. Il traffico di esseri umani destinati allo sfruttamento sessuale e alla prostituzione frutta alle mafie internazionali circa 99 miliardi di dollari l’anno. Secondo Nazioni Unite e Organizzazione Internazionale del Lavoro, la tratta di persone costituisce la terza attività illegale più redditizia al mondo. In Italia, questa tratta frutta alle organizzazioni criminali fra i tre miliardi e mezzo e i quattro miliardi di euro ogni anno, confermandosi come la terza fonte di guadagno illecito nel Paese, superata – come in ambito internazionale – solo dal traffico di droga e da quello di armi. Secondo il Ministero dell’Interno e le principali reti di monitoraggio nazionali, il fenomeno colpisce migliaia di vittime costrette alla prostituzione, sia su strada che in appartamenti o locali privati. Ogni donna inserita nel circuito della prostituzione garantisce ai trafficanti tra i 4.000 e i 10.000 euro al mese.

Giovanni Taranto: “Il giallo classico rassicura il lettore, il noir no!”

  • Il noir viene spesso considerato un genere di intrattenimento. Tu, invece, dimostri che può diventare uno strumento di denuncia sociale. La letteratura può davvero contribuire a costruire una cultura della legalità oppure il suo compito è soprattutto quello di accendere le coscienze?

Accendere le coscienze è l’innesco. Da quel fuoco, se coltivato nelle scuole, nelle piazze, nella società civile, nasce la cultura della legalità. Per troppi anni il noir è stato relegato a letteratura di serie B, a mero passatempo da ombrellone. Ma il vero noir, quello che affonda le radici nella terra, nel sangue e nella verità della cronaca, non è intrattenimento consolatorio. Il giallo classico rassicura il lettore: c’è un delitto, arriva il detective, si scopre il colpevole e l’ordine iniziale viene ripristinato. Nel noir no. Tantomeno nel mio “noir vesuviano”: quello squarcia il velo. Ti svela che il mostro non è un’eccezione aliena, ma cammina tra noi, e si nutre delle nostre zone d’ombra, delle nostre piccole o grandi omissioni. Come giornalista e come scrittore, ho sempre cercato di usare la pagina come un bisturi. La letteratura ha una forza che alla cronaca a volte manca: quella racconta il fatto, il noir ne sviscera il meccanismo. Ti fa entrare nella testa del criminale, ti fa sentire l’odore della paura, ti mostra la banalità e la miseria culturale e morale delle mafie, smontando il fascino distorto che il cinema e certe serie TV rischiano talvolta di alimentare. La letteratura può contribuire alla cultura della legalità? Certo. Ma per riuscirci non deve fare prediche. La pedagogia spicciola non funziona con i lettori, soprattutto coi ragazzi. Il noir crea empatia, indignazione, e l’indignazione è il primo passo per accendere le coscienze. Quando il lettore chiude il libro e si sente scomodo sulla sedia, quando comincia a guardare la realtà che lo circonda con occhi diversi — magari accorgendosi che quell’atteggiamento che riteneva “normale” è in realtà l’anticamera della mentalità mafiosa — allora la letteratura ha fatto il suo dovere. Il noir non risolve i problemi, non arresta i latitanti. Ma toglie l’ossigeno all’omertà e all’indifferenza. E scusate se è poco…

  • Dopo quattro romanzi accolti anche nelle biblioteche di Harvard e Princeton e  premi prestigiosi come l’Elsa Morante e il Campania Europea , senti che qualcosa è cambiato nel tuo modo di scrivere o continui ad affrontare ogni pagina con lo stesso spirito degli esordi?

Lo spirito è sempre lo stesso, sicuramente rafforzato negli intenti, anche se a volte è dura scontrarsi con la realtà di un Paese, il nostro, dove la lettura sembra relegata sempre più in un angolo e non è affatto semplice veicolare certi messaggi. Il mio modo di scrivere, nella sua essenza, è di certo sempre lo stesso, anche se – con l’esperienza acquisita – sto tentando di affinare il mio stile.

  • Quale speri sia il sentimento che accompagni il lettore dopo aver chiuso l’ultima pagina?

Lo dicevo prima: empatia, indignazione verso i meccanismi del crimine, curiosità, voglia di conoscenza e di cambiamento. Magari partendo da sé stessi, e ricordando sempre che, per migliorare le cose, ognuno deve fare la propria parte.

Ringraziamo Giovanni Taranto e nel mentre attendiamo la stesura e la pubblicazione del quinto e sesto romanzo dedicati alle indagini del Capitano Giulio Mariani, vi invitiamo a leggere La fiamma spezzata (2021), Requiem sull’ottava nota (2022), Mala fede (2023) e La Chianca (2026).

Giovanni Taranto
La fiamma spezzata (2021), Requiem sull’ottava nota (2022), Mala fede (2023) e La Chianca (2026) di Giovanni Taranto, pubblicati da Avagliano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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