Io che ti ho voluto così bene di Roberta Recchia (recensione)


Leggere Io che ti ho voluto così bene, il secondo romanzo di Roberta Recchia pubblicato da Rizzoli, è un po’ come salire sulle montagne russe. Ci sono salite lente che lasciano al lettore il tempo di prendere fiato e discese improvvise capaci di togliere il respiro. Cadute, ma anche riprese, possibilità di rinascita, lampi di felicità e tanti personaggi che, pagina dopo pagina, imparano a convivere con ciò che la vita ha riservato loro.

Quando il dolore spezza gli equilibri

Seguendo le vicende dei protagonisti principali, ma anche di quei personaggi che, pur sembrando secondari, in realtà secondari non sono, ho sofferto e gioito continuamente.

Uno dei punti di forza del romanzo è la capacità di Roberta Recchia di mostrare come una tragedia non colpisca mai una sola persona. Un dolore si propaga, attraversa una famiglia, modifica rapporti, spezza equilibri e continua a produrre conseguenze anche molto tempo dopo, quando i riflettori si spengono.

Io che ti ho voluto così bene: stessa storia, altra prospettiva

Con questo romanzo Roberta Recchia torna sul delitto di Betta Ansaldo, già al centro di Tutta la vita che resta, romanzo che ha segnato il suo fortunato esordio, ma lo fa cambiando il punto di osservazione.

Non sono la vittima, il carnefice o i suoi complici a occupare il centro della narrazione. La scrittrice sceglie di raccontare le altre vittime di una tragedia scaturita da un reato: le famiglie.

Genitori, nonni, fratelli e cugini diventano così protagonisti di una storia nella quale la colpa e il dolore non si fermano davanti alla porta di una casa. Entrano, sconvolgono le relazioni, cambiano il modo di guardare il mondo e costringono ciascuno a fare i conti con una domanda difficile: per quanto tempo potrà essere stravolta la nostra vita?

Per quanto tempo? Tommaso, uno dei protagonisti, non lo sa e non lo sa neanche suo figlio Luca che da un giorno all’altro si vede privato di tutto: famiglia, casa, scuola, compagni, affetti.

Il dolore non ha una scadenza. La tragedia non coincide con il momento in cui accade. Le sue conseguenze possono durare anni e forse tutta la vita.

Attraverso la crescita di Luca, Roberta Recchia accompagna il lettore lungo un percorso temporale che segue l’adolescente, poi il giovane e infine l’adulto. È un viaggio dentro i suoi pensieri, le sue paure, le sue contraddizioni e le domande di un ragazzo costretto a crescere confrontandosi con qualcosa di molto più grande di lui.

Luca diventa così una sorta di filo conduttore attraverso il quale osservare non soltanto ciò che è accaduto, ma ciò che accadrà dopo. Spesso il “dopo” di una tragedia è la parte più lunga e più difficile da raccontare.

Roberta Recchia: Una scrittura che sa accarezzare e colpire

Dal punto di vista stilistico, Io che ti ho voluto così bene è un romanzo costruito su un equilibrio decisamente efficace.

La scrittura di Recchia sa accarezzare, ma sa anche colpire con la forza di uno scudiscio. Lo fa con una precisione rara, senza ricorrere a inutili compiacimenti. Il lessico non sembra mai cercare la bellezza a tutti i costi. Cerca piuttosto la verità delle emozioni.

Non c’è la volontà di stupire il lettore con una frase costruita per strappare l’applauso. C’è, invece, il desiderio di coinvolgerlo, di trascinarlo dentro le vite dei personaggi, fino a renderlo partecipe delle loro cadute e delle loro conquiste.

È proprio questa partecipazione emotiva a rendere la lettura così intensa. Il lettore non resta a guardare: viene coinvolto, chiamato a prendere posizione, a comprendere, a soffrire, qualche volta persino a perdonare.

L’esordio di Roberta Recchia: Tutta la vita che resta

Avevo apprezzato anche Tutta la vita che resta, il romanzo d’esordio di Roberta Recchia. Preciso che i due libri possono essere letti anche separatamente, pur essendo il secondo uno spin-off del primo.

La trama di Io che ti ho voluto così bene risulta comprensibile anche per chi non abbia affrontato il primo romanzo. Non è dunque necessario conoscere Tutta la vita che resta per entrare nella vicenda e comprenderne personaggi e sviluppi.

Ad ogni modo, leggerli entrambi offre, a mio avviso, un’esperienza ancor più ricca. Conoscere la prima prospettiva permette di cogliere meglio il valore della seconda narrazione e di apprezzare la scelta dell’autrice di tornare su una storia già conosciuta per illuminarne un’altra parte.

E se non fosse davvero finita?

Roberta Recchia conferma con questo secondo libro una capacità narrativa che non si limita a raccontare una storia, ma prova a interrogare il lettore. Non tutte le risposte arrivano in forma esplicita. L’autrice lascia che siano i personaggi, attraverso le loro esistenze, a suggerirle.

Tra tutte le domande, la mia è: “E se non fosse davvero finita?” Ho la sensazione che l’universo narrativo della Recchia possa prestarsi a un nuovo spin-off. Alcuni dei personaggi incontrati nel romanzo sembrano avere ancora molto da raccontare. Figure che magari non occupano il centro della scena, ma che hanno una loro storia, ferite, relazioni e percorsi di vita che ben potrebbero diventare materia per un nuovo romanzo.

Sarebbe interessante scoprire cosa accade alle loro vite oltre il confine tracciato da queste pagine, quali altre conseguenze abbiano prodotto gli eventi raccontati e, soprattutto, quali nuove possibilità di riscatto o di felicità possano aprirsi per loro.

Forse è soltanto una mia suggestione da lettrice. O forse, chissà? Tra le pieghe di questa storia Roberta Recchia ha già lasciato qualche traccia per un nuovo viaggio.

Io, nel dubbio, sarei pronta a risalire sulle montagne russe. E voi?

 

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