Le parole che non so – Storia di una ragazza dislessica di Chiara Verzella – Recensione

Dislessia, disortografia, discalculia. Nella maggior parte dei casi ricevere una diagnosi del genere é quasi un sollievo. Avere difficoltà nella lettura, nella scrittura e/o nell’effettuare calcoli ed essere considerati, a torto, da genitori e insegnanti, svogliati o addirittura poco intelligenti, é una gran frustrazione che comporta una serie di conseguenze non di poco conto, prima fra tutte la perdita di autostima.

Ecco perché ottenere una diagnosi di DSA consola. La diagnosi fornisce una spiegazione. É ciò che é accaduto a Chiara Verzella, la tiktoker poco più che ventenne seguita da quasi 2 milioni di follower, autrice del libro “Le parole che non so – Storia di una ragazza dislessica” edito da Sperling & Kupfer – libro di 184 pagine che confesso di aver divorato in pochissime ore desiderosa di conoscere meglio i disagi vissuti dall’autrice  – disagi che oggi appartengono ad un numero sempre crescente di giovani così come risulta dal numero di diagnosi che, negli ultimi anni, sono più che raddoppiate (ciò naturalmente anche e soprattutto in relazione alla maggiore attenzione oggi posta su tali disturbi).

Dagli elementi raccolti, emerge un profilo caratterizzato da un Disturbo Misto delle Abilità Scolastiche (codice ICD -10: F81.3) con particolare riferimento alla lettura (Dislessia Evolutiva), alla scrittura (Disortografia Evolutiva) e al calcolo (Discalculia Evolutiva).

Scoppio a piangere. Singhiozzo come una bambina con le spalle che sussultano, ferma davanti alla porta. Un attimo dopo sento una mano sulla spalla.

“Non è una cosa così brutta” mi dice il ragazzo in tono rassicurante. “Non è mica una malattia. Non ti impedirà di fare niente”.

Io ricomincio a singhiozzare ancora più forte. “Lo so”, dico. “Non piango perchè sono triste. Sto piangendo di felicità”

Nel libro “Le parole che non so – Storia di una ragazza dislessica” edito da Sperling & Kupfer,  la Verzella racconta il suo dramma nell’affrontare gli studi: la difficoltà a leggere, quella a memorizzare, e poi la matematica, il suo incubo peggiore (anche il mio!).

Chiara racconta che, nel suo caso, le lettere sembrano spostarsi. E’ questo il motivo per il quale incontra difficoltà a leggere e di conseguenza, a memorizzare ciò che legge.

Risultato: Dopo ore di studio, arrivata in classe, faceva  “scena muta” avallando l’unica tesi già formulata dagli insegnanti: “la Verzella non studia”.

Chiara, invece, non solo studiava, ma escogitava alcuni stratagemmi per tentare di superare le interrogazioni. Purtroppo, per quanti sforzi facesse, i risultati non erano mai pari alla sua fatica.

La scuola per me è sempre stata un inferno, sin da bambina. Mi impegnavo, facevo del mio meglio, mi sforzavo, ma sbagliavo comunque, non ero mai abbastanza brava. Ai miei compagni riusciva tutto così facilmente, erano tutti così bravi e io invece no. Arrivavo sempre dopo e arrivavo sempre male.

Solo dopo la diagnosi, Chiara ha iniziato la sua seconda vita, quella della consapevolezza. Così tramite i social si è fatta portavoce dei suoi disagi per aiutare tanti giovani a comprendere le loro difficoltà.

Con una scrittura nuda ed asciutta, la Verzella, senza autocommiserazione, ripercorre, pagina dopo pagina i propri vissuti psichici ed emotivi sottolineando come una corretta diagnosi non solo produca effetti su se stessi (consapevolezza di non essere sbagliati), ma anche sugli altri che, resi partecipi della problematica, smettono di puntare il dito e, nel migliore dei casi, si danno da fare per aiutare.

“Le parole che non so – Storia di una ragazza dislessica”  un libro per tutti, giovani e meno giovani. Da mettere in valigia se siete in procinto di partire.

Buona estate e buona lettura!

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