Riparte la gara al teatro Ariston di Sanremo

Francesca Michielin indossa una splendida tuta color cipria e ripropone “Nessun grado di separazione”, un bel testo ben eseguito. Alessio Bernabei sfoggia un completo di un bel rosso vivace per urlare all’ Ariston che “Noi siamo infinito”, mentre Clementino riceve un  grande in bocca al lupo addirittura da Genny Savastano (Salvatore Esposito, direttamente dalla serie televisiva “Gomorra 2”,ndr) e esegue la sua “Quando sono lontano” senza alcuna sudditanza psicologica nei confronti del tempio della Musica italiana. Talmente sciolto, da terminare la sua esibizione accennando, in maniera composta e misurata, di modo da non dare a chi fa dello sputtanapoli una ragione di vita -e di lavoro-, l’ormai famosissimo inno della Napoli calcistica. Basta dire “un giorno all’improvviso…” e il popolo di Clemente capisce che anche a Sanremo, il suo cuore è vicino a Partenope.

Gabriel Garko guadagna la scena con una splendida giacca bianca sul suo smoking, nonostante non siamo in estate nè all’aperto; ma il fisico statuario gli consente questo ed altro. Peccato che ceda ad un siparietto indegno che di divertente e di ironico non ha proprio nulla, entrando nelle case dei telespettatori di terga (per usare un espressione linguisticamente desueta). Ne abbiamo viste di peggio, certo; ma quando finirà?

Patty Pravo: nulla da aggiungere a quanto già detto. Non piace, non convince, ma forse vince. Cinquanta anni di carriera vanno pur onorati.

Spezza il fiato la presenza di Roberto Bolle, degno erede di quel Nureyev che lo scelse per “Morte a Venezia”; classe, sacrificio, dedizione e ironia, balla con Virginia Raffaele in versione sé stessa. Anche questo un bel vedere.

Il resto è gara.

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