La domanda di ogni edizione del Festival della canzone italiana riguarda la politica e il modo attraverso il quale essa possa entrare a Sanremo. Questa domanda vale anche per questa edizione, in riferimento al caso Pucci, il comico invitato dal direttore artistico Carlo Conti per la co-conduzione di una delle serate, ma non solo.
La rinuncia di Pucci ha causato roventi polemiche, perché gran parte della sinistra lo considera volgare e sessista, mentre la destra lo difende, fino ad arrivare a un inaspettato post sui social della presidente del Consiglio Giorgia Meloni in persona, che parla di pressione ideologica e doppiopesismo. Queste le testuali parole della premier:
“Non mi esprimo sull’opportunità o meno di invitare Pucci. Pur essendo una fan di Sanremo da sempre, non ho le competenze per giudicare quale personaggio possa risultare più gradito al pubblico del festival. Voglio invece concentrarmi sulla presenza della politica, perché io sono in generale per tenerla fuori da Sanremo”.
Ma, sul fatto di tenere fuori la politica da Sanremo, è facile ricordare quanto avvenuto nei festival del passato, perché in fondo la politica è dietro a ogni azione della vita quotidiana.
I precedenti storici
Nel 2023 l’attivista Pegah Moshir Pour ha pronunciato un monologo sulla libertà in Iran e, ovviamente, ha parlato di politica; lo stesso attore Gianluca Gori, che l’ha affiancata en travesti come Drusilla Foer, ha fatto politica con la sua stessa presenza.
Se andiamo più indietro nel tempo, fece scalpore il caso del 1980, quando Roberto Benigni chiamò “Wojtylaccio” Papa Giovanni Paolo II. Non ci furono solo furiose polemiche, perché Benigni dovette affrontare anche un vero e proprio processo in Vaticano per vilipendio al Papa e fu condannato al pagamento di una multa di un milione di lire e addirittura a un anno di reclusione, seppure con la condizionale.
Dopo diciassette anni Benigni e il Papa si incontrarono in occasione dell’uscita del film “La vita è bella” e sembrerebbe che Wojtyla non si sia neppure ricordato di quell’appellativo al Festival di Sanremo del 1980, archiviando definitivamente la questione.
Nell’edizione del 1980 ci furono pure due canzoni che affrontarono, seppur in maniera molto differente, la questione della droga. Francesco Magni si aggiudicò il premio della critica con “Voglio l’erba voglio”, mentre Alberto Beltrami cantò un ingenuo quanto esplicito monito ai giovani dal titolo “Non ti drogare”, ma la canzone non riuscì nemmeno ad andare in finale.
In quel periodo il tema delle tossicodipendenze era molto sentito e l’esordiente cantante Alice vinse il trentunesimo Festival di Sanremo con “Per Elisa”, un brano scritto da Franco Battiato che sottende un significato non dichiarato esplicitamente, ma sul quale i più attenti non ebbero dubbi: Elisa non è una donna, ma la droga, che nel testo – si dice – ha plagiato, ha preso anche la dignità.
Il decennio si concluse con Raf, presente anche nell’attuale edizione, che cantava “Cosa resterà di questi anni ottanta”, in una canzone il cui testo, a un certo punto, recitava testualmente: “anni bucati e distratti e noi vittime di noi”.
Gli anni Novanta e i temi sociali
Gli anni Novanta portarono invece all’attenzione del pubblico anche altri argomenti sociali. Nel 1991 Marco Masini, presente assieme a Fedez e considerato uno dei favoriti per la vittoria nell’attuale edizione, ripropose il problema della droga con la canzone “Perché lo fai”, e nel 1992 i Tazenda fecero luce sul dramma dei bambini nelle guerre col bellissimo brano in lingua sarda “Pitzinnos in sa gherra”, scritto da Gino Marielli e Fabrizio De André, così come Ermal Meta in questa edizione parla dei bambini uccisi a Gaza.
Nel 1993 Rossana Casale e Grazia Di Michele affrontarono il tema degli amori fuori dagli schemi nella canzone “Amori diversi” e, anche se non si tratta esplicitamente di una canzone sulle relazioni omosessuali, ammicca in tal senso. Milva invece parlava spesso di patriarcato, soffermandosi sulla cultura dello stupro nella canzone “Uomini addosso”.
Giorgio Faletti stupì il pubblico con “Signor tenente”, una denuncia delle condizioni lavorative delle forze dell’ordine, che rischiano la vita per poco più di un milione al mese, classificandosi al secondo posto, ma ottenendo anche il premio della critica.
Nel 1996 Elio e le Storie Tese, con il testo “La terra dei cachi”, fecero una satira politica sull’Italia, i suoi vizi e le sue magagne.
Il presente tra polemiche e memoria
Pippo Baudo ha condotto tredici edizioni del festival e lo si sta celebrando in questa edizione attuale; forse proprio in suo onore Carlo Conti continua a definire “democristiano” il festival, come democristiano diceva di essere Pippo Baudo. Ma anche l’attuale conduttore e direttore artistico si definisce cristiano e democratico: cristiano perché ci sono riferimenti alla fede, democratico perché aperto a tutti.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa, esponente di Fratelli d’Italia, ha chiesto a Carlo Conti una presenza riparatrice, facendo una sorpresa per dare comunque spazio al comico Pucci, che ha rinunciato a intervenire dopo le polemiche sulla sua fede politica. Conti ha dichiarato di rispettare la seconda carica dello Stato, ma di non essere riuscito a convincere Pucci nemmeno a intervenire con un videomessaggio scherzoso.
Il direttore artistico del festival ha dichiarato di non poter obbligare una persona a fare qualcosa contro la sua volontà, ma, a suo giudizio, Andrea Pucci avrà tutto il tempo nei prossimi mesi per dimostrare la sua forza, per continuare a riempire i teatri e per continuare a far divertire la gente.
La soddisfazione di Conti riguarda piuttosto la presenza di Gianna Pratesi, che deve far riflettere innanzitutto i giovani, perché la signora, che a marzo compirà 106 anni, rappresenta i genitori, i nonni, i partigiani che hanno liberato l’Italia dall’oppressione nazifascista.
La presenza di Gianna Pratesi sul palco dell’Ariston assume un forte valore simbolico per Conti, perché è stata scelta per celebrare nel modo migliore gli ottanta anni della Repubblica italiana, nata il 2 giugno 1946 con il referendum istituzionale, che chiamò gli italiani a scegliere tra monarchia e repubblica e che segnò anche il primo voto politico delle donne, dopo il riconoscimento del diritto di voto femminile sancito l’1 febbraio 1945 dal governo guidato da Bonomi.


