Sono passati quarantotto anni dall’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e si discute ancora sull’evento e, in generale, sul terrorismo politico degli anni Settanta nella Repubblica italiana.
Infatti, la sala dell’Istituto Luigi Sturzo, in via delle Coppelle 35 a Roma, è stata molto affollata per la presentazione del libro “Aldo Moro. Le idee, il metodo, l’eredità”, scritto da Tino Iannuzzi e Alberto Losacco.
Il libro di Iannuzzi e Losacco
Questo saggio ha il merito di collocare il martirio di Moro all’interno della sua biografia politica, nella quale l’epilogo non cancella la lunga costruzione della sua elaborazione prospettica.
Il libro è scritto dai due avvocati e politici del Partito Democratico in diversi capitoli, con un apprezzabile rigore documentario e una certa passione civile. I titoli dei capitoli si riferiscono a Moro costituente, cattolico democratico, leader politico, ma anche meridionalista ed esperto di politica internazionale.
Questa divisione, oltre a rappresentare una mera ripartizione per temi, può essere intesa anche come un tentativo di ricomporre le diverse dimensioni della figura politica di Aldo Moro, che ha attraversato passaggi significativi della Repubblica italiana.
Moro emerge dal libro come un politico che non confondeva la decisione con lo strappo, la fermezza con il grido, la mediazione con il compromesso al ribasso. Moro esce dallo scritto più vivo che mai, proprio per il senso della rilettura del metodo moroteo offerta dagli autori del libro.
Per Moro, la mediazione non era una mera tattica o, peggio ancora, un artificio parlamentare, o un semplice esercizio di elegante lentezza, bensì può essere intesa come la forma più alta della responsabilità politica.
Il compromesso storico e la visione politica
Nella strategia dell’attenzione verso il PCI c’era il tentativo di allargare il perimetro della democrazia, senza però lacerare l’Italia, includendo le forze reali della società dentro un ordine istituzionale capace di reggere l’urto della storia.
Il suo stile era sobrio, ma la sua mitezza, se inquadrata in questa prospettiva, non può mai essere considerata una debolezza.
Secondo gli autori del libro, Moro attuava il controllo della forza e la disciplina del linguaggio, perché utilizzava la pazienza per attenuare i conflitti nella politica.
Nella stagione del Moro costituente, Iannuzzi e Losacco definiscono tutto il suo percorso politico basato essenzialmente sulla centralità della persona, il pluralismo delle formazioni sociali, il rifiuto dello Stato autoritario e, soprattutto, l’idea della Costituzione come “formula di convivenza”.
Aldo Moro fu un giovane giurista che seppe mettere insieme pensiero e azione, cultura cattolica e democrazia repubblicana, spiritualità e senso delle istituzioni.
Il libro racconta un cattolico democratico che non può essere considerato di appartenenza confessionale chiusa, ma come un credente che intendeva la politica come un servizio da rendere alla libertà dell’uomo e alla dignità della comunità.
Moro e il Mezzogiorno
Il saggio di Iannuzzi e Losacco dedica spazio anche al meridionalismo di Moro, che non può essere ritenuto semplice nostalgia territoriale o rivendicazione localistica, ma una vera e propria visione nazionale.
Aldo Moro considerava il Sud come banco di prova della modernizzazione italiana, dello sviluppo produttivo, delle infrastrutture, dell’istruzione e della qualità delle classi dirigenti.
La Puglia e il Mezzogiorno italiano non restringono l’orizzonte di Moro; al contrario, lo radicano, perché consentono di guardare al Paese intero dal punto di vista delle fragilità, con l’urgenza di una politica lunga, di alto respiro.
Il Moro internazionale
Nel libro, infine, c’è il Moro internazionale, che può essere definito atlantico ed europeo, ma non subalterno agli Stati Uniti, pur essendo fedele alle alleanze e sempre attento all’interesse nazionale.
Il grande politico italiano era consapevole di come il Mediterraneo potesse essere lo spazio decisivo della politica nostrana, ma probabilmente di tutta l’Europa.
Per Moro, bisognava saldare quello che la propaganda tende a separare, vale a dire prudenza e coraggio, appartenenza occidentale e autonomia diplomatica, realismo e ricerca della pace.
In questa saldatura c’è il Moro attuale, quello vivissimo, ma gli autori Iannuzzi e Losacco sono bravi a evitare l’errore frequente di trasformare lo statista italiano in una statua o, piuttosto, in una formula buona per ogni stagione.
Nel libro si mostra di Moro ciò che oggi spesso manca negli attori istituzionali dei Paesi più importanti al mondo: la cultura istituzionale, il senso del limite, il rispetto dell’avversario, la profondità di analisi e, soprattutto, la capacità di ascoltare la società prima che esploda.
La politica come progetto
Il libro, quindi, non è semplicemente una ricostruzione del pensiero di Aldo Moro, ma anche una meditazione sulla politica in generale, che deve avere sempre la pretesa di pensare il futuro e anche di realizzare progetti utili al benessere collettivo.
Purtroppo i tempi attuali sono dominati dalla semplificazione, dalla velocità e dall’urlo, mentre Moro ricorda come la democrazia debba vivere di intelligenza paziente, perché non vi possono essere nemici da abbattere, ma solo conflitti da trasformare in istituzioni.
La presentazione del libro e il dibattito politico
Alla presentazione del libro erano presenti tantissimi ex democristiani, alcuni dei quali passati nell’esperienza della Margherita e poi confluiti nel Partito Democratico, come l’attuale capogruppo Francesco Boccia e Chiara Braga.
Sono stati presenti anche la segretaria del PD, Elly Schlein, Dario Franceschini e Pierferdinando Casini, che hanno sottolineato dello statista democristiano la sua capacità di unire e la sua aspirazione all’incontro con gli avversari comunisti.
Moro ha saputo stare nel terreno d’origine che avrebbe portato successivamente all’Ulivo e al centrosinistra attuale del campo largo.
Schlein, non avendo vissuto quegli anni come Casini e Franceschini, preferisce esprimersi sulla lezione di Moro dal punto di vista della politica internazionale, a partire dalla considerazione che la fedeltà all’asse atlantico, nel suo pensiero, conviveva sempre con una forte spinta europeista.
Elly Schlein pensa che nei tempi attuali non sia possibile rimandare l’integrazione politica europea, per una questione di sopravvivenza.
Il rapporto con il PCI e il caso Moro
Va pure ricordato, però, come sostiene il socialista Sergio Pezzolante, che Moro non possa essere considerato un filocomunista, perché lo statista democristiano, dopo la crisi del centrismo e la fine dell’autonomia politica e numerica dei partiti di centro, con lo stesso PSI bloccato e alle prese con conflitti interni, chiamò i comunisti ad assumersi, o almeno condividere, la responsabilità di governo.
Moro non era filocomunista, ma semplicemente cercava una risposta unitaria rispetto al terrorismo, alla crisi economica e a quella politica.
Quello di Aldo Moro fu piuttosto un invito al PCI a uscire dal comodo ruolo di chi assiste alla crisi senza alcuna assunzione di responsabilità verso uno degli effetti della crisi, soprattutto il terrorismo, che era nero ma, negli anni Settanta, soprattutto rosso.
Moro, per Pezzolante, non fu accomodante verso i comunisti, bensì, all’opposto, sfidante, ed è per questo motivo che fu prima rapito e poi ucciso, perché i terroristi rossi volevano abbattere il Compromesso Storico.
Ci sono convergenze multiple su questo, sia sovietiche che americane, oltre che italiane, per ragioni opposte ma convergenti. Queste ragioni portarono alla decisione di farlo morire nelle carceri delle Brigate Rosse.
Infatti, Moro, nelle sue lettere dalla prigionia, fu durissimo verso il partito della fermezza, schierato per il no alla trattativa.
Questa “fermezza”, in realtà, nei decenni italiani della crisi del terrorismo e lungo tutte le vicende di mafia, si è vista solo nei confronti dello statista democristiano.
Per questo motivo Aldo Moro, arrivato a un certo punto, affidò le sue speranze solo al PSI e a Bettino Craxi, un fatto politico che è stato oscurato nella narrazione successiva al suo assassinio, come hanno sempre riferito gli stessi parenti stretti del presidente della DC.
I raccontatori di un Moro filocomunista o “amico dei comunisti”, in realtà, non sembrano tenere conto che il PCI e il suo stesso partito, la DC, decisero di liquidarlo, mentre gli unici che cercarono di salvarlo furono i socialisti e i radicali.
La lettera a Bettino Craxi
È emblematico, a riguardo, il testo della lettera che Aldo Moro scrisse a Bettino Craxi, con la quale ho scelto di concludere l’articolo: “Caro Craxi, poiché ho colto, pur tra le notizie frammentarie che mi pervengono, una forte sensibilità umanitaria del tuo Partito in questa dolorosa vicenda, sono qui a scongiurarti di continuare e anzi accentuare la tua importante iniziativa.
È da mettere in chiaro che non si tratta di inviti rivolti agli altri a compiere atti di umanità, inviti del tutto inutili, ma di dar luogo con la dovuta urgenza a una seria ed equilibrata trattativa per lo scambio di prigionieri politici.
Ho l’impressione che questo o non si sia capito o si abbia l’aria di non capirlo. La realtà è però questa, urgente, con un respiro minimo. Ogni ora che passa potrebbe renderla vana ed allora io ti scongiuro di fare in ogni sede opportuna tutto il possibile sull’unica direzione giusta, che non è quella della declamazione.
Anche la D.C. sembra non capire. Ti sarei grato se glielo spiegassi anche tu con l’urgenza che si richiede. Credi, non c’è un minuto da perdere.
E io spero che o al San Rafael o al Partito questo mio scritto ti trovi. Mi pare tutto un po’ assurdo, ma quello che conta non è spiegare, ma, se si può fare qualcosa, farlo.
Grazie infinite ed affettuosi saluti”.


