Vendola torna in politica e Roma perde l’Expo

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Il congresso di Sinistra italiana, svoltosi a Perugia nei giorni scorsi, ha eletto l’ex presidente della giunta regionale della Puglia, Nichi Vendola, per acclamazione presidente del partito.

Vendola dopo l’elezione ha dichiarato testualmente: “E’ un ritorno attivo alla politica, ma non mi candido a niente”. Nel 2024 quindi non sarà candidato alle europee, ma in effetti l’ex governatore della Puglia aveva già deciso di mettersi da parte, dopo il coinvolgimento nel procedimento penale “Ambiente svenduto”, sull’ex Ilva di Taranto.

Nel 2021 è stato condannato in primo grado, a tre anni e mezzo di reclusione per concussione aggravata, ma ovviamente prossimamente ci sarà il processo d’appello e potrebbe esserci una sentenza completamente diversa.

Il confermato segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni ha sottolineato come la scelta di Ventola di non misurarsi con le istituzioni, fino a quando non avrà risolto nel modo migliore la vicenda giudiziaria che lo riguarda, sia un fatto eticamente e politicamente molto significativo.

Ovviamente però questa situazione non vuol dire non fare politica e non esprimere opinioni sui fatti quotidiani, anche perché Fratoianni ritiene Vendola una grande risorsa di tutta la sinistra italiana.

Il congresso di Sinistra italiana, con una sola astensione, quindi praticamente anche in questo caso per acclamazione, ha pure  confermato Nicola Fratoianni nel ruolo di segretario. Niki Vendola nelle sue dichiarazioni da delegato, prima di essere acclamato presidente del partito, afferma testualmente: “Non possiamo abbandonarci alla depressione, al rimpianto o alla nostalgia perché questo è tempo di tornare a casa per rimetterci in cammino”.

Durante il congresso di Perugia, che è durato tre giorni, Nicola Fratoianni ha cercato di annodare i fili del campo largo del centrosinistra, lanciando la proposta di una manifestazione unitaria per il salario minimo e contro le riforme dell’Autonomia differenziata delle Regioni e del premierato entrambe volute dal governo Meloni, anche se da settori diversi dello stesso.

Le risposte delle altre forze politiche del centro sinistra presenti, in quanto invitate al Congresso, non sono state tutte entusiastiche e con un’adesione immediata.

Il Partito democratico di Elly Schlein si dichiara d’accordo, mentre il movimento 5 stelle non si sbilancia e Azione si dice addirittura contrario.

Fratoianni non ha fretta di concludere e si dichiara disposto a trattare con le altre forze politiche del centro sinistra, accontentandosi, nell’arco dei tre giorni del congresso di Perugia, di aver fatto parlare dallo stesso palco tutti i protagonisti di questo campo largo, seppure tutto ancora da costituire, vale a dire la segretaria del PD Elly Schlein, il presidente del M5S Giuseppe Conte, il coportavoce dei Verdi Angelo Bonelli, il segretario di Più Europa Riccardo Magi, il leader di Azione, Carlo Calenda, che però è intervenuto solo attraverso un videomessaggio.

Per Fratoianni, è necessario per il bene del Paese confrontarsi con la fatica di costruire un elemento di unità, e a questo proposito insiste sulla proposta di definire date e modalità, per arrivare ad una mobilitazione unitaria di tutto il popolo del centro sinistra.

Per quanto riguarda le elezioni europee Fratoianni dichiara la continuazione dell’alleanza elettorale con i Verdi, che ormai va avanti dall’anno precedente le ultime politiche.

Bisogna però cominciare a lavorare per il campo largo in vista delle regionali e delle comunali, già a partire dal prossimo anno, e soprattutto per arrivare alle politiche del 2027 ancora più preparati.

Secondo il segretario di sinistra italiana si può sconfiggere la destra attualmente al governo sotto la guida della premier Giorgia Meloni, ma è anche necessario farlo, non solo possibile, candidando il partito a essere parte attiva di un governo alternativo. Fratoianni dichiara di voler essere protagonista in un futuro governo, per trasformare completamente il Paese in senso progressista.

Anche le forze di opposizione tenevano al raggiungimento del traguardo dell’Expo a Roma, con il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che accusa apertamente il governo Meloni di non avere peso nelle dinamiche internazionali e di non essere assolutamente sorpreso delle potenzialità dell’Arabia Saudita, perché questo paese sta vivendo una trasformazione impressionante e peraltro in una fase appena iniziale, che lui aveva previsto già da almeno quattro anni.

Il viaggio della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Parigi, a margine del bilaterale con il presidente francese, Emmanuel Macron, è stato propedeutico al discorso all’assemblea generale del Bureau international des expositions, con un’arringa lunga e articolata per chiedere di votare compatti Roma. Il governo le ha provate tutte, tra ricevimenti, feste in ambasciata, fontane, giochi d’acqua e spettacoli per conquistare alla causa di Roma i 182 delegati del Bureau che avrebbero votato in finale.

Sono stati tutti sforzi inutili, così come non è bastato l’impegno corale del comitato promotore Expo 2030, del Campidoglio, dei ministri e della stessa premier Meloni nella tessitura di una rete diplomatica trasversale con  l’Unione europea, l’Africa, l’Asia e gli Stati Uniti.

I conti però del governo e del comitato promotore sono stati clamorosamente sbagliati perché prevedevano in realtà tutte altre cifre al primo turno della votazione finale e precisamente tra i trenta e i quaranta voti. In realtà questo traguardo è stato raggiunto più o meno dalla città sudcoreana di Busan, protagonista di un sorpasso finale molto doloroso, su Roma, che era stata data per favorita, evidentemente con troppo ottimismo, per arrivare al ballottaggio.

Infatti i sauditi di Riad hanno fatto letteralmente cappotto, sbaragliando la concorrenza, sia italiana che sudcoreana. Insomma si spegne a Parigi il sogno di un’Expo nella nostra capitale, un maxi-progetto che avrebbe potuto rinnovare l’intera area sud-orientale della Città Eterna, con la presenza del più grande parco solare al mondo, progettato dall’archistar Carlo Ratti.

Il grande architetto italiano avrebbe voluto rappresentare con questo parco solare un inno ai “popoli e ai territori”, contrapposto ai pantagruelici piani sauditi. Ma non è servita a niente la discesa in campo delle istituzioni dell’Unione europea, peraltro con il sostegno aperto della rete diplomatica comunitaria perché la manovra politica italiana con le alleanze ha fatto letteralmente cilecca.

Il risultato finale è stato un vero disastro per l’Italia perché sono pochi, troppo pochi i diciassette voti incassati. Si sapeva che la Francia di Macron aveva già impegnato il suo voto alla città saudita di Riad, ed era stato addirittura, seppure informalmente, annunciato dall’Eliseo, complicando i rapporti con i cugini d’Oltralpe.

Tutti gli altri Stati membri dell’Unione europea erano invece un’incognita, ed è per questo motivo che  ricostruire le ragioni del fallimento è un’operazione per niente facile. La premier Meloni non ha mancato di mettere sul tavolo la questione della sfida dell’Expo 2030, ogni qualvolta teneva un incontro bilaterale, chiedendo un sostegno aperto alla candidatura della Capitale.

Addirittura si erano esposti ufficialmente sia gli Stati Uniti di Biden, che il Brasile  di Lula, praticamente il Nord e il Sud del mondo. Nel segreto dell’urna però tanti paesi, anche europei, scelgono diversamente e per Expo 2030, solamente Israele e pochi altri scelgono Roma, seguendo l’indicazione delle testimonial Sabrina Impacciatore,Trudy Styler e Bebe Vio.

La strategia italiana puntava molto sul secondo voto di ballottaggio dopo aver stabilito un patto informale  a Roma con gli avversari coreani di Busan, vale a dire che qualsiasi città tra le due fosse andata al ballottaggio, avrebbe ricevuto il sostegno di una buona parte del “pacchetto” di voti dell’altra concorrente eliminata. Il clamoroso en-plein saudita ha chiuso tutto il discorso al primo turno, con ben 119 voti sui 165 disponibili. L’Italia ha accusato il colpo, e il l’incasso nello stesso giorno della quarta rata del Pnrr può essere considerato solamente una magra consolazione, in una giornata plumbea per il governo Meloni.

Quando erano emerse le proiezioni favorevoli a Riad e anche in considerazione del poco tempo passato dall’ultima edizione in Italia dell’Expo con Milano protagonista, si era pensato un paio di mesi fa al ritiro della candidatura, ma il governo assieme al Comitato promotore e al Comune di Roma aveva deciso di andare avanti, ritenendo più onorevole una sconfitta sul campo. Le proporzioni della votazione con soli 17 voti a favore, contro i 28 di Budan e i 119 di Riad non hanno impedito certamente una figuraccia internazionale, che oramai è già passata alla storia.

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