In libreria l’atteso seguito de “Il primo caffè del mattino”

A Napoli, per spavalderia, si è soliti dire: “Vado a Roma a prendere un caffè”.

Noi del Magazine Pragma siamo andati davvero a Roma per sorseggiare un caffè – ma non un caffè qualunque, un caffè piuttosto “speciale” preparato dalle mani di un vero e proprio  “guru del caffè”, da colui che riesce a fare lo screening della personalità del cliente che ha davanti al suo bancone attraverso il tipo di caffè che gli viene richiesto: “macchiato” per l’indeciso, “amaro” per il raffinato; “in vetro” per l’ansioso, e così via.

Stiamo parlando di Diego Galdino, lo scrittore barista, autore de “L’ultimo caffè della sera” , sequel del suo fortunato romanzo d’esordio “Il primo caffè del mattino”.

 

 

Buongiorno Diego e grazie per averci concesso quest’intervista.
Diego, tu sei barista e contemporaneamente scrittore. Come si conciliano le due attività? Possiamo immaginarti seduto a scrivere di notte o in piedi ad appuntare idee tra un caffè e l’altro?

Buongiorno, grazie a voi per avermi dato ospitalità, ne sono molto lusingato.
La mia è un po’ una doppia vita come quella di Clark Kent e Superman. Mi sveglio tutte le mattine alle quattro per scrivere un’ora e mezza, poi mi travesto da protagonista dei miei due romanzi dedicati al caffè e scendo al Bar a preparare il caffè agli altri personaggi delle mie storie. Poi se durante la giornata mi viene qualche buona idea mentre sono dietro al bancone del bar me l’appunto sul cellulare per poi svilupparla la sera a casa. In realtà, la cosa più bella è quando vengono al Bar lettori dei paesi in cui sono stati pubblicati i miei romanzi, per farsi fare una dedica o scattarsi una foto dietro al bancone insieme a me. Vedere le loro facce incredule quando entrano nel Bar e mi trovano dietro al bancone a fare i caffè come il protagonista dei miei romanzi è qualcosa di bello a cui non mi abituerò mai. Lì si rendono conto che è tutto vero, che non mi sono inventato niente, che sono entrati a far parte delle mie storie come i personaggi dei libri che hanno letto. Ancora oggi stento a credere di essere diventato uno scrittore di fama internazionale, me ne rendo conto quando mi capita di andare a parlare dei miei libri all’estero. Ho avuto la fortuna di poter presentare i miei romanzi a Francoforte, a Madrid, nel programma televisivo più importante della Polonia e di rappresentare l’Italia al Festival di Letteratura Europea in Germania. Soddisfazioni che ti restano dentro e alimentano la tua passione per la scrittura nelle difficoltà di un mondo editoriale italiano che a volte fatichi a comprendere pienamente. 

Flaubert diceva: “Madame Bovary c’est moi!” per intendere che in ogni personaggio lo scrittore rappresenta anche se stesso. Possiamo dire che Massimo, il protagonista del tuo primo ed ultimo romanzo “c’est toi”?

Beh! Di sicuro Massimo è il mio protagonista più autobiografico, forse lui è più giovane e bello, ma di sicuro, specialmente ne L’ultimo caffè della sera molti degli aneddoti della sua infanzia, sono cose successe realmente durante gli anni che ho trascorso lavorando nel bar di famiglia. A mia madre le si sono rotte le acque dietro al bancone dove io ancora oggi preparo i caffè. Quindi io sono nato al Bar nel vero senso della parola. Ho imparato a camminare schivando i clienti, dormivo in un lettino dietro al cassa, sono cresciuto nel bar e lì mi sono innamorato per la prima volta, come il protagonista dei miei romanzi. 

“….magari non sarà la città dell’amore, ma di sicuro non è una città che intralcia l’amore; diciamo che è piuttosto conciliante. Forse troppo” – così Massimo, il protagonista del tuo primo ed ultimo romanzo, definisce Roma. Io sono pienamente d’accordo con lui. Roma, con i suoi numerosi angoli fuori dal tempo, ammalia e seduce. Trovo che sia una città romantica e struggente. Qual è il tuo rapporto con la “città eterna”?

Io cerco di far diventare la mia scrittura una mano che ti prende e ti porta a passeggiare sull’Aventino, uno dei sette colli della città eterna. Passando dalla bocca della verità, al Circo Massimo, riposandosi qualche minuto nel roseto comunale, dove a Maggio si possono ammirare centinaia di rose diverse, per poi proseguire attraverso le abazie medievali più belle ed importanti di Roma, dove, nel silenzio e nella luce che filtra attraverso i rosoni colorati delle finestre, capisci il vero significato della fede. Per arrivare infine in uno dei giardini più belli del mondo: Il giardino degli aranci da cui, dopo aver levitato tra decine di alberi di arance, si può ammirare uno di quei panorami che ti fanno chiedere…Ma allora è così il paradiso e scoprire invece che ne è solo la porta, quella del Priorato di Malta da cui dal buco della serratura si vede la cupola di San Pietro. L’ultimo caffè della sera come Il primo caffè del mattino parla di questo…E del caffè e dell’amore che il protagonista del libro credeva di aver perso e che invece è ritornato, forse per non lasciarlo mai più e del mio amore per Roma che non ha bisogno di ritornare perché non andrà da nessuna parte, resterà per sempre fisso nel mio cuore come le stelle nel cielo. Vivere Roma da turista è diverso dal viverla da chi ci vive ogni giorno da tutta la vita. Io cerco di regalare ai miei lettori la civis romana, la possibilità di sentirsi romano per il tempo di una storia e di continuare ad esserlo nel cuore anche dopo aver chiuso il libro. 

Geneviéve, la protagonista femminile de “Il primo caffè del mattino” è francese. Luce, la protagonista di “Magari domani resto” di Lorenzo Marone sostiene che avere a che fare con i francesi è un po’ come avere a che fare  con i romani. Basta frequentarli un paio di giorni e “viene da parlà subito così e manco ce se riesce de smette fino a quanno nun semo a casa”. Sei d’accordo?

Mah! Devo essere sincero, non ho mai avuto la possibilità di frequentare dei francesi, ma la vedo dura. Il romano senza nulla togliere agli altri, credo sia un personaggio unico nel suo genere, per fare un esempio o due, Alberto Sordi francese non ce lo vedo proprio e nemmeno il Libanese di Romanzo Criminale. 

E’ vero!  I romani sono personaggi unici nel loro genere.

Tutti cerchiamo il grande amore e quando pensiamo di averlo trovato speriamo che duri per sempre; a volte capita che sia così, altre volte no. Massimo rivolge una bellissima dichiarazione d’amore a Geneviéve, ma non sortisce l’effetto “per sempre”. Mina, invece, la protagonista femminile de “L’ultimo caffè della sera” risana il cuore di Massimo. Ella incarna l’amore inaspettato, quello che bussa alla porta del cuore quando meno te lo aspetti. Come nasce questo personaggio?

Mina rispecchia un po’ la Vivian di Pretty Woman, quel tipo di donna ‘lei salva lui’ talmente belle che è difficile lasciarle andare… Forse Mina la vedo come quelle esplosioni controllate che fanno crollare le cose pericolanti per poi raccogliere le macerie e ripartire da zero per ricostruire le cose crollate cercando di farle più belle e che durino per sempre.

 

      

(Trama: Massimo è il proprietario di un piccolo bar a Trastevere. Un giorno entra nel suo bar Mina, una ragazza dagli splendidi occhi blu. Sarà quello il primo di tanti altri caffè. Tra Massimo e Mina si instaura presto un’amicizia che si trasformerà poi in qualcosa di più. Ma Massimo dovrà fare una scelta e non sarà certo facile.

Il libro edito da Sperling & Kupfer – pag.270 – prezzo: €. 16,90 – eBook: €. 9,99 – è in vendita anche su Amazon) https://www.amazon.it/Lultimo-caff%C3%A8-della-Diego-Galdino-ebook/dp/B07CKDYWL6/ref=dp_kinw_strp_1

Diego Galdino come lettore. Quali sono i libri che hai amato di più, che hanno, in qualche modo, segnato la tua formazione?

Il mio libro per la vita è Persuasione di Jane Austen, un capolavoro, secondo me il padre di tutti i romanzi romantici moderni. E poi per chi ama Jane Austen Persuasione è il libro giusto per conoscerla meglio come essere umano…Un bellissimo essere umano. Poi I pilastri della Terra di Ken Follett, uno dei più bei libri degli ultimi cinquant’anni. Ecco lui è davvero uno scrittore inarrivabile. Forse al suo livello ci sono solo gli scrittori dei Drama Coreani, dei veri e propri geni dell’intreccio narrativo. In realtà la mia formazione di scrittore è molto legata al genere romantico, come lettore amo da sempre i classici inglesi dell’ottocento, le sorelle Bronte, Charles Dickens, fino ad arrivare ai giorni nostri con Nicholas Sparks, Evans, Musso, Levy, Paulina Simmons.

Come si diventa scrittori? E nel tuo caso ti sei riscoperto scrittore da adulto o è qualcosa che ti accompagna da sempre?

Mi sono scoperto scrittore molto tardi, anche se da bambino scrivevo delle storie di fantascienza, affascinato da cartoni animati come Goldrake o Mazinga Z, ricordo che la signora Maria, uno dei personaggi de Il primo caffè del mattino, mi cuciva insieme i fogli per farli diventare dei piccoli libri. Mi dispiace tantissimo che siano andati persi. La verità è che sono diventato lo scrittore che sono per merito o colpa di una ragazza che adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice. Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene. Da allora non ho più smesso di scrivere fino ad arrivare ad oggi, a questa intervista.

Progetti per il futuro. Hai già qualcosa che “bolle in pentola”?

In realtà al momento sono molto concentrato su L’ultimo caffè della sera è lui il mio progetto futuro. Tengo molto a questo romanzo per tanti motivi e ci terrei che venisse letto da più persone possibili, ma non per finire in classifica o fare soldi. In realtà non era previsto che io scrivessi il seguito de Il primo caffè del mattino, non sono un amante dei seguiti, preferisco da sempre cimentarmi in storie autoconclusive. Ma negli ultimi anni mi sono capitate un sacco di cose brutte, o almeno non belle, che hanno stravolto la mia vita e il Bar di famiglia che poi è la stessa cosa. Così ho deciso di scrivere L’ultimo caffè della sera, come dico sempre: ‘per rendere leggendario l’ordinario’, perché di Bar dove bere il caffè ce ne sono tantissimi e in tutto il mondo, ma come quello dove sono nato e ancora oggi continuo a fare i caffè credo ce ne siano pochissimi. Anch’io come Massimo il protagonista de Il primo caffè del mattino ho perso un grande amico, un secondo padre. È stata una perdita, come accade nel mio nuovo romanzo, improvvisa, destabilizzante, per me e per il bar. Qualche mese dopo anche mio padre, quello vero, si è ammalato gravemente. Così sono rimasto da solo, sia fuori, che dietro il bancone del bar. A quel punto, sono dovute cambiare tante cose, ho dovuto reinventarmi e per non mandare perduti i ricordi e le persone, ho deciso di scrivere questo libro mettendoci dentro tutto, le battute e gli aneddoti che per me erano familiari, erano casa, aggiungendoci ciò che mi rende lo scrittore che sono…L’amore.

E infine, chi è Diego Galdino?

Un uomo molto romantico, passionale, dolce, permaloso, paziente, impaziente, imperfetto, che cerca di avere un grande rispetto per il prossimo e per se stesso, intollerante verso l’ignoranza e la maleducazione… Che a volte sembra capitato nel secolo sbagliato come il Leopold del film Kate & Leopold. 

Romantico, passionale, dolce, permaloso, paziente, impaziente, imperfetto.  Di tutte le caratteristiche che ti sei attribuito probabilmente quella più creativa e che ha contribuito maggiormente al successo dei tuoi romanzi, ritengo sia proprio l’imperfezione.

Del resto è dalle crepe che entra la luce. 

Complimenti per il tuo straordinario successo e grazie ancora per la tua disponibilità…Ah! Diego,  naturalmente grazie anche per il caffè!

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