C’è un sottile filo rosso che lega la rassegnazione alla genialità, e quel filo Nanni Loy lo ha teso lungo i vicoli di Napoli per il suo ultimo atto d’amore cinematografico. Uscito nel 1993, ma concepito tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, “Pacco, doppio pacco e contropaccotto” non è solo un film: è un catalogo antropologico sulla sopravvivenza.
Dieci sfumature di truffa
Il film si struttura in dieci episodi che scorrono via veloci, come le mani di un prestigiatore di strada. Loy torna nel suo habitat naturale, quello del cinema-verità mescolato alla commedia, per raccontare una Napoli dove l’ingegno si trasforma in “pacco” (la truffa). Ma attenzione: qui non si parla di criminalità efferata, bensì di quel micro-crimine quasi teatrale in cui vittime e carnefici sembrano spesso recitare un copione già scritto.
Dal leggendario “pacco” del mattone sostituito allo stereo, fino a raggiri più sofisticati, la macchina da presa di Loy osserva senza giudicare, con lo sguardo di chi sa che, in fondo, siamo tutti un po’ complici.
Un cast di puro talento
La forza della pellicola risiede in un cast corale che mescola sapientemente grandi nomi della scena nazionale a caratteristi monumentali della tradizione napoletana:
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Leo Gullotta: Maestro di tempi comici e mimica, capace di incarnare l’ansia e la furbizia del truffatore d’occasione.
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Italo Celoro: Presenza iconica che conferisce al film quel sapore di autenticità popolare.
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Volti noti e comparse veraci: Da Alessandro Haber a Mara Venier, ogni attore sembra essere stato “rubato” direttamente dalla strada per essere gettato sul set.
L’eredità di un Maestro
Con questo ultimo lavoro cinematografico, Nanni Loy chiude un cerchio aperto decenni prima. Se con Le quattro giornate di Napoli aveva raccontato l’eroismo della città, qui ne racconta la resistenza quotidiana. Non c’è cattiveria, ma una malinconica consapevolezza: in un mondo che corre troppo forte, il napoletano si ferma, inventa un trucco e prova a svoltare la giornata.
A distanza di anni, il film resta un manifesto di un’epoca di transizione, un ritratto dolceamaro di una città che, citando lo stesso spirito della pellicola, cade sempre in piedi. Anche dopo aver ricevuto un “contropaccotto”.


