Il clima non è dei migliori  – Riscaldamento globale e consenso scientifico

La formazione del consenso scientifico sul cambiamento climatico si sviluppa lungo un tipo di traiettoria, che si può definire “a spirale”, nel senso che, dopo un primo dibattito, segue una rapida risoluzione della questione e alla fine c’è una spirale di nuove domande, sulle quali si deve manifestare necessariamente l’attenzione degli scienziati.

L’esistenza del riscaldamento globale e le sue cause antropiche non vengono più messe in discussione, ma l’altra faccia della medaglia di questo consenso alimenta il dibattito su altri aspetti della questione.

Schwed e Bearman hanno preso in esame 9423 articoli scientifici sul clima pubblicati tra il 1975 e il 2008, trovando che all’inizio degli anni ’90 il consenso scientifico si era ormai consolidato. Questo consenso però può essere ribaltato, almeno in linea di principio, naturalmente solo se nuove e convincenti evidenze si facessero largo.

Il livello di consenso rivela anche lo stato della discussione nella comunità scientifica, ed anche la misura dell’eventuale dissenso al suo interno e della plausibilità di ipotesi alternative, messe alla prova dall’osservazione della comunità scientifica.

Se il consenso sul cambiamento climatico antropico sfiora il 100%, ponendosi poco al di sotto, significa che tra gli scienziati più competenti non c’è alcun dibattito sulla realtà del riscaldamento globale e delle sue conseguenze negative sull’ambiente. Naomi Oreskes afferma che «la maggior parte delle persone pensa che la scienza sia affidabile in virtù del suo metodo: il metodo scientifico».

In realtà non esiste un singolo metodo scientifico, perché quello che rende affidabili le affermazioni scientifiche è, secondo Oreskes, «il processo mediante il quale vengono controllate. Le affermazioni scientifiche sono soggette a controlli e solo le affermazioni che li superano si può affermare che costituiscano conoscenza scientifica».

Nel caso del cambiamento climatico questo processo di controllo scientifico si può affermare che sia giunto al termine, già da diverso tempo. Infatti, la scienza attualmente è certa che il riscaldamento globale è causato dalle emissioni prodotte dalle attività umane, vale a dire in primo luogo, i combustibili fossili, un dato ormai assodato quanto quello che il fumo sia cancerogeno.

Ovviamente ognuno è libero di credere che gli “scettici” abbiano ragione e che la comunità scientifica abbia torto, perché la costituzione italiana consente di manifestare liberamente le opinioni personali.

Se l’articolo 21 della nostra carta costituzionale consente l’espressione di libere opinioni, non si può comunque affermare che la comunità scientifica sia divisa o che gli scienziati non siano ancora sicuri delle cause del riscaldamento globale perché tanti studi scientifici hanno stabilito la fondatezza della questione del cambiamento climatico.

Per questi motivi l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile rappresenta il programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.

Ci sono 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, Sustainable Development Goals, SDGs, in un grande programma d’azione, per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. L’avvio ufficiale degli Obiettivi dell’Agenzia 2030, all’inizio del 2016, ha indicato al mondo la strada da percorrere per uno Sviluppo Sostenibile nell’arco dei prossimi 15 anni.

Le nazioni si sono impegnate  raggiungere gli obiettivi perché il cambiamento climatico rappresenta una sfida centrale per lo sviluppo entro il 2030. I mutamenti del sistema climatico globale dovuti al riscaldamento dell’atmosfera terrestre compromettono le basi esistenziali di ampie parti della popolazione delle regioni meno sviluppate.

Nelle zone sviluppate sono soprattutto l’infrastruttura e singoli rami dell’economia a essere esposti a grossi rischi perché il cambiamento dei cicli delle precipitazioni e delle temperature interessano interi ecosistemi, come ad esempio i boschi, le superfici agricole, le regioni montane e gli oceani nonché le piante, gli animali e le persone che vi vivono. A livello mondiale le emissioni di anidride carbonica (CO2) sono aumentate di oltre il 50 per cento tra il 1990 e il 2012.

L’obiettivo 13 di Agenzia 2030 invita gli Stati a integrare misure di protezione dell’ambiente nelle proprie politiche nazionali e di sostenersi reciprocamente di fronte a tali sfide e riconosce la Convenzione quadro dell’ONU sui cambiamenti climatici come principale forum intergovernativo per le negoziazioni, riferibili ad una risposta globale ai cambiamenti climatici.

Per integrare i negoziati, l’obiettivo 13 prevede un rafforzamento della resilienza alle catastrofi naturali provocate dai mutamenti climatici e ribadisce la promessa dei Paesi più sviluppati di raccogliere congiuntamente, entro il 2030, 100 miliardi di dollari all’anno, provenienti da varie fonti, per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarsi ai mutamenti climatici.

L’ Obiettivo 13 dell’Agenzia 2030 intende adottare  misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze con alcuni punti specificamente collegati.

Il primo intende rafforzare in tutti i paesi la capacità di ripresa e di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali. Il secondo vuole integrare le misure di cambiamento climatico nelle politiche, strategie e pianificazione delle nazioni dell’ONU. Il terzo punto afferma di migliorare l’istruzione, la sensibilizzazione e la capacità umana e istituzionale per quanto riguarda la mitigazione del cambiamento climatico, l’adattamento, la riduzione dell’impatto e l’allerta tempestiva.

Inoltre è assolutamente necessario rendere effettivo l’impegno, assunto dai partiti dei paesi sviluppati, verso la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, che prevede la mobilizzazione di 100 miliardi di dollari all’anno, provenienti da tutti i paesi aderenti all’impegno preso, da indirizzare ai bisogni dei paesi in via di sviluppo, in un contesto di azioni di mitigazione significative e di trasparenza nell’implementazione.

Bisogna rendere pienamente operativo e il prima possibile il Fondo Verde per il Clima, attraverso la sua capitalizzazione. Infine è doveroso promuovere meccanismi che aumentino la capacità effettiva di pianificazione e gestione degli interventi inerenti al cambiamento climatico, nei paesi meno sviluppati, nei piccoli stati insulari in via di sviluppo, con particolare attenzione a donne, giovani e alle comunità locali, marginali e a tutte le minoranze.

 

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