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Il settore produce incassi da 4,4 miliardi di euro all’anno per lo Stato, ma con le nuove riforme si perde il 30% degli introiti. Si apre la sfida tra salvaguardia dei cittadini e finanza

L’Italia di fronte a un bivio, e non si tratta di referendum. Il voto del 4 dicembre ha confermato le mosse di province e regioni per arginare il fenomeno della ludopatia, problema sociale non irrilevante nel nostro Paese. I giocatori problematici sono il 14,6% sui 17 milioni che hanno effettuato almeno una puntata nella vita. La questione allora porta di fronte a un bivio: preservare i cittadini da una malattia sempre più diffusa o salvare le entrate dell’Erario? Se dal punto di vista morale la risposta sembra semplice, la sua attuazione non è così scontata.

Più di 400.000 slot machine distribuite sul territorio italiano sono troppe, su questo non sorgono dubbi. Una ogni 150 abitanti, comprendendo la fascia d’età che per legge non può scommettere. La proliferazione è avvenuta approfittando di una legislazione permissiva, che non poneva limiti all’installazione di macchinette. Il processo inverso è però molto più difficile. Gli incentivi garantiti agli esercenti che rinunciano agli apparecchi sono, ad oggi, insufficienti. E il provvedimento auspicato dalla legge di stabilità 2017, con la riduzione del 30% di slot machine nei prossimi 12 mesi, difficilmente verrà applicato. Di mezzo gli interessi di troppe persone, proprietari e lavoratori.

Con la nuova legge l‘Erario perderebbe incassi per 1,3 miliardi di euro, scendendo da 4,4 a 3,1 dal 2016 al 2017. Per rientrare nella perdita lo Stato sarebbe costretto a trovare un’altra via per alimentare le casse. Il rischio sarebbe quindi di far pagare il doppio ai giocatori, prima impoveriti dalla febbre per l’azzardo e poi dal provvedimento che ne diminuisce (ma non annulla) il volume. I non giocatori invece si troverebbero costretti a pagare i vizi altrui, magari con il proprio posto di lavoro. È facile immaginare che la riduzione di circa 140.000 slot machine dal territorio nazionale porterebbe a un alto numero di licenziamenti, o come minimo a una riduzione di introiti per gli esercenti. A danno di bar, tabaccherie e piccole case da gioco, non certo dei grandi casinò.

I quattro casinò terrestri italiani (Saint-Vincent, Campione, Venezia e Sanremo) hanno fatto registrare numeri positivi, arrivando a totalizzare circa 260 milioni di euro di incassi nei primi undici mesi del 2016. Tutto nonostante l’aumento dei controlli portato dalla maggiore attenzione sul settore dell’azzardo. La riduzione di macchinette certo colpirebbe anche i grandi centri, che però attirerebbero più giocatori. Meno slot in città significa più interesse per le zone che continuano a fornire una vasta offerta di gioco, come appunto le case del nord. Anche perché le regioni settentrionali, Lombardia su tutte, sarebbero le più colpite dalla riforma sul gioco d’azzardo. Molto improbabile infatti che venga accolta la proposta delle associazioni turistiche, che vorrebbero un casinò in tutte (o quasi) le regioni italiane. La scelta rimane quindi tra il salvare i tanti cittadini ludopati da una sciagura economica e il preservare gli abitanti non giocatori da una spesa per loro superflua, pensata per aiutare le casse dello Stato. Nel frattempo un incontro tra Stato e regioni definirà la linea da seguire per il 2017, crisi di governo permettendo.

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